La banchina del ghiaccio

sogni di celluloide

Unlearning

Cosa succede se una famiglia decide di partire per sei mesi lasciando tutto e vivere con il minimo indispensabile? Unlearning – disimparando, ovvero disimparare a vivere come siamo sempre stati abituati, e come dice il sottotitolo, fare un viaggio fuori dalla zona di comfort.

Tutto inizia con un pollo a quattro zampe. Esatto, avete capito bene, quella razza di pollo che vive nelle vaschette del supermercato e che  fa nascere l’ispirazione per un viaggio letteralmente ai confini del matrix.

Dopo aver sbrigato le faccende amministrative e organizzative, Lucio, Anna e la piccola Gaia partono per questo giro d’Italia alternativo, vivendo di passaggi e di scambio lavoro-ospitalità.

La famigliola saltella da un posto all’altro, da una comunità all’altra, da una famiglia all’altra, il tutto per filmare gente che vive in modo diverso dal modello sociale canonico. I personaggi abbondano, com’era prevedibile, e come era nella speranza del regista (Lucio stesso), suppongo.

In una società molto inclusiva come la nostra, dove sembra impossibile non farne parte, scopriamo, invece, che esistono diversi esempi di vita alternativa e quello che stupisce e fa pensare è che coloro che hanno fatto questa scelta sono in tanti, e non ci sono solo eco villaggi ed elfi post hippy, ma anche semplici famiglie che hanno venduto tutto per andare a fare il latte in una baita lontano dai clamori della città ormai invivibile.

Chi ha ragione e chi no? La nostra società sta crollando da un punto di vista umano per cui qualcuno cerca la fuga oppure coloro che si sforzano di vivere un’esistenza non allineata sono solo degli utopisti senza speranza?  Non lo sappiamo, il documentario non ci dà risposte, come è giusto che sia, si limita a documentare, ma forse le parole spontanee della piccola Gaia, nel suo desiderio di casa ideale, racchiudono il significato di tutto questo cercare: abbiamo semplicemente perso il contatto con la natura ed è quello che ci manca oggi più di ogni altra filosofia o ideologia.

Girato con la telecamera a mano e autofinanziato, è un bello specchio della realtà che ci circonda e di cui siamo completamente ignari perché nel nostro sistema il diverso fa paura e preferiamo etichettarlo piuttosto che provare a capirlo.

Cresceranno i carciofi a Mimongo

Cresceranno i carciofi a Mimongo locandina

Per qualche ragione Cresceranno i carciofi a Mimongo mi ronzava nella testa da qualche giorno, e allora vado a casa, inserisco il vecchio DVD comprato in chissà quale mercatino e premo PLAY.

Riconosco immediatamente la voce fuori campo di Chiambretti: è Ermanno Lopez, autore del libro Manuale per Cercare Lavoro  che guida il protagonista alla ricerca del tanto agognato posto di lavoro.

Ma andiamo con ordine e bando alla nostalgia. La storia è semplice: Sergio (Daniele Liotti) si è appena laureato in agraria ed è intenzionato a trovare un‘occupazione a tutti i costi. Per riuscire nel suo colossale intento, acquista  il famigerato manuale di Ermanno Lopez e ne segue alla lettera i consigli.

Sergio condivide l’appartamento con Enzo (Valerio Mastandrea) che, al contrario, non è per niente intenzionato a scendere in quel mondo pericolosissimo. “Una generazione si fa il culo e la successiva se la gode” ed Enzo chiaramente fa parte della generazione che se la gode (soprattutto dei favori femminili).

Cresceranno i carciofi a Mimongo recensione

Il film si snoda seguendo Sergio nella sua ricerca del lavoro attraverso i capitoli del libro di Lopez con personaggi che appaiono e scompaiono come entità piuttosto volatili, fatta eccezione per l’ex fidanzata Rita (Francesca Schiavo). Ed ecco la parte romantica. Sergio è ancora innamorato di lei, ma lei si sta per sposare con un altro. Un classico. Eppure funziona. Funziona perché sembra proprio andare così: Sergio è l’eterno rifiutato che anche quando è lì lì per farcela, alla fine riesce sempre a fallire.

Riguardando Cresceranno i carciofi a Mimongo al giorno d’oggi e  mettendo da parte la malinconia legittima per la fila alla cabina telefonica (chi non ha mai chiamato una fidanzata/o dalla cabina per non farsi ascoltare dai genitori), la pellicola, nella sua semplicità, è stranamente accattivante. Riflette uno specchio degli anni ’90 dove, nonostante l’emancipazione, Rita si sposa con un altro perché “tu non me l’hai mai chiesto”, e questo la dice lunga sui costumi dell’epoca ancora saldamente legati alla tradizione.

Cresceranno i carciofi a Mimongo Mastandrea Liotti

Il film fu l’opera prima di Fulvio Ottaiano che riuscì ad aggiudicarsi anche un David di Donatello (miglior regista esordiente 1997) e all’epoca divenne un caso mediatico.

Il bianco e nero, che fu scelto per dare un tocco retrò  o per mancanza di budget, si adatta incredibilmente bene a quel periodo e ce lo fa apparire ancora più lontano, nonostante la Generazione X ancora se lo senta addosso con lo stesso attaccamento che aveva per la magliettina dei Nirvana. Per questo Cresceranno i carciofi a Mimongo risulta più bello adesso di allora, perché la nostalgia fa sembrare il passato sempre migliore del presente.

L’altro volto della speranza

L’altro volto della speranza arriva a Berlino e, senza passare dal via, si accaparra un Orso d’argento per la regia (secondo gli addetti ai lavori, avrebbe meritato pure l’Orso d’oro). Il regista finlandese Aki Kaurismäki gongola, e fa bene, perché il film, se guardato senza farsi prendere dal Disturbo Compulsivo Ossessivo di dover per forza far cadere l’occhio sul cellulare per riempire i vuoti tra i dialoghi, ti prende per mano e ti accompagna in un viaggio dal volto umano nella grigia e onirica periferia di Helsinki.

Il destino fa incontrare il giovane Khaled, in fuga dalla Siria e sbarcato in Finlandia nascosto in un carico di carbone, con Waldemar Wikstrom un attempato venditore di camicie. L’incontro-scontro è alquanto violento (violento secondo i canoni di Kaurismäki: solo due cazzotti, e quando dico due, sono veramente uno e due) e Khaled finisce per venire accolto proprio da Wikstrom che lo impiega clandestinamente nel suo ristorante e lo lascia dormire nel vecchio magazzino di camicie.

Anche Wikstrom è in un certo senso in fuga, ha lasciato la compagna alcolizzata e ha investito tutti i suoi risparmi per comprare un ristorante che potrebbe far concorrenza alle taverne “scrause” anni ’70 di Marina di Bibbona, arredate con un guazzabuglio di suppellettili kitsch e feticci d’ogni genere, e dove l’unica cosa che va è la birra.

L’altro volto della speranza è un film di un’umanità primordiale in cui aiutare il prossimo diventa la cosa più naturale. L’ironia ben dosata insieme ai dialoghi minimalisti aiutano a percorrere il tema dei rifugiati e dell’immigrazione senza la retorica da dibattito televisivo e senza voler commuovere ad ogni costo lo spettatore ormai saturo di contenuti strappalacrime.

Non a caso, si ritrovano le atmosfere de L’uomo senza passato, dove forse l’ironia è più sagace, ma i temi sono gli stessi cari al regista: la vita dei reietti, degli ultimi, dei barboni e di tutti gli altri sinonimi con cui si definisce chi non si è conformato alla società odierna.

In questo circo di periferia, in cui non si vede mai un bell’edificio, un blues rock malinconico finlandese accompagna la pellicola, come per ricordarci, con tristezza, che la legalità non sempre è al servizio dell’umanità.

Gold-La grande truffa

Gold-La grande truffa LocandinaVado a vedere Gold-La grande truffa un po’ controvoglia, tutte le premesse, compresa la locandina, mi riportano a The Wolf of Wall Street, e mi aspetto festini, donnine e droga party,  ma al contrario, mi ritrovo a guardare una storia in cui il nostro eroe è felicemente sposato e felicemente alcolizzato.

Un Matthew McConaughy sovrappeso è Kenny Wells, capo di una società mineraria dal passato luccicante, ma colpito duro dalla grande crisi economica degli anni ’80. Il suo sogno è il sogno dei vecchi pionieri americani: trovare l’oro e diventare ricco. Niente di più difficile, direi, specialmente all’alba del terzo millennio.

In questa sua sfrenata ricerca del glorificato metallo prezioso, Kenny investe la propria vita, i suoi averi, mette a rischio gli affetti e pure la pazienza dello spettatore, a cui, sotto sotto, inizia a venir voglia di gufare e sperare che non trovi neanche una pepita.

Quando sembra che il gufaggio funzioni, ecco che trova il filone. Un dispiacere dopo un altro, mi viene da pensare. E invece no, è proprio qui che il film prende il ritmo giusto. Dopo il confronto con le banche e le società per azioni, i ruoli si ribaltano e inizio gradualmente a tifare per Wells e per il suo taciturno compare Micheal Acosta (Edgar Ramirez), geologo di fama internazionale che si è fatto affascinare dal sogno di McConaughy.

Gold-La grande truffa

Quello che sembrava una dichiarazione d’amore per il sogno americano diventa, al contrario, una sottile critica al sistema dove anche la borsa è descritta come una grande agenzia di scommesse, e da cui la SNAI avrebbe molto da imparare.

Matthew McConaughy, ormai uomo mongolfiera, (si gonfia e si sgonfia a secondo dei ruoli con una facilità invidiata dal club del mantice) offre un’interpretazione esemplare per il suo personaggio, mentre Ramirez tiene quella specie di broncio tutto il tempo come se si sentisse in colpa di essere stato scelto. Il divario recitativo dei due, che inizialmente mette un po’ a disagio, ha però una sua logica e, anche se un po’ troppo stereotipato, funziona bene.

Gold-La grande truffa

Insomma, un film che è guardabile e, a suo modo, ha un’etica: l’etica del denaro. E se vogliamo capire l’avidità umana non resta che ascoltare le parole di Kenny Wells di fronte all’FBI. Una descrizione così illuminate e disarmante che viene quasi voglia di dargli ragione.

Gold-La grande truffa

Scappa: Get Out

scappa get out Ebbene sì, sono andata a vedere Get Out: Scappa, un film che per come viene presentato in Italia non si capisce bene quanto sia ”da maschi”, da ragazzini, o da amanti dell’horror, e io non solo non rientro in nessuna delle categorie, ma come una bambina non dormo dopo i film paurosi. In questo caso, però, ho dormito benissimo.

Scappa: Get Out inizia con il rapimento di un uomo di colore, di cui poi non sappiamo più niente per un bel po’ , per poi trasportarci nella bellissima casa di Chris (Daniel Kaluuya) che sta per partire con la fidanzata Rose (Allison Armitage) per un week-end dai suoceri alla Indovina chi viene a cena. Lei infatti è talmente perfetta e innamorata che non ha ritenuto necessario avvertire i genitori del fatto che il fidanzato è di colore, e questo dettaglio preoccupa lui molto più di quanto il primo soggiorno dai suoceri preoccuperebbe chiunque. E soprattutto non sa che sta per avere dei grattacapi molto più seri di quello che crede, anche se inizia ad avere qualche dubbio quando scopre che la suocera è un’ipnotizzatrice professionista. Senza spoilerare cosa succede all’arrivo nella magione della bella famigliola, posso solo dire che la morale è facilmente estrapolabile: mai fidarsi della fidanzatina perfetta. Della suocera non fidarsi a prescindere, specialmente se ha in mano un cucchiaino.

L’idea di Scappa: Get Out è nata nella mente dell’autore e regista Jordan Peele all’inizio della presidenza Obama, quando per il ruolo di protagonista aveva pensato a Eddie Murphy, che poi è stato ritenuto un po’ troppo maturo per la parte. Con i cambiamenti sulla scena politica americana e il riaccendersi del tema del razzismo, l’idea si è concretizzata nel giro di pochissimi mesi e con un budget bassissimo, tanto che la troupe non si è potuta nemmeno permettere di girare a Los Angeles ma per motivi fiscali si è dovuta trasferire in Alabama.

 

Scappa Get Out Movie

 

Scappa: Get Out non è un film per il pubblico italiano. Lo si capisce già dal fatto che il traduttore ha pensato bene di offrire un titolo bilingue, così, giusto per assecondare la proverbiale pigrizia degli italiani con le lingue straniere.  Il contesto culturale è completamente americano e lo spettatore italiano fatica a percepire quelle sfumature e quel modo di raccontare senza prendersi troppi rischi, che negli States sono valse un discreto successo a questa pellicola low cost. Continuerò ad essere puntigliosa, giusto per il gusto di rassettare un po’ un ambiente che tende più al maschile: Scappa: Get Out non è propriamente un horror, anzi di spaventoso non ha niente e a noi italiani che non abbiamo impresso nell’ immaginario collettivo il contrasto  bianco/nero, rischia di apparire più sotto la veste di una commedia dai risvolti splatter, mentre invece si tratta di una metafora tutta a stelle e strisce di un tema fortemente tornato alla ribalta di là dall’oceano.

 

recensione di scappa get out

 

Eppure c’è qualcosa di deliziosamente perfetto nello svolgersi della vicenda in cui i tempi da horror classico sono rispettati e in cui tutto torna in maniera quasi puntigliosa, senza sbavature né errori colossali da horror low cost. L’assurdità della trama è tenuta insieme da un’impalcatura così solida e lineare  da coinvolgere fino all’ultimo, per un finale che nell’idea originaria doveva essere molto più polemico di quello che poi è stato scelto. Peele voleva infatti farci presagire che i buoni, se neri, non possono permettersi neanche il ruolo dei buoni, ma poi ha optato per l’happy ending (almeno per tutti quelli che nel frattempo non sono stati fatti a brandelli).

 

Alien Covenant – Ridley Scott

Alien Covenant locandina

Con il capìno cosparso di cenere mi ritrovo a parlare bene di ALIEN COVENANT.
Chi scrive, ai tempi, disintegrò PROMETHEUS, ne sparse i brandelli ai quattro angoli del Regno, e continuò con la damnatio memoriæ per un paio d’annetti, esigendo le interiora dell’autore Damon Lindeloff, preso da Lost ancora strafatto di noce moscata.
Le condizioni erano perfette affinché Scott, vecchio bacucco rigovernato “che se lo lasci da solo, è capace di mangiarsi una saponetta”, annichilisse definitivamente la saga di ALIEN, una saga che ha cambiato l’immaginario di un paio di generazioni.

E invece.
Il film comincia subito contropiede. Ti aspettavi qualche astronave con la mappa stellare e invece no, ti rendi immediatamente conto della grandezza del pubblicitario/ creatore di Mondi Ridley Scott: le prime sequenze sprigionano eleganza, stile e fascino da ogni superficie, dentro ogni pixel. Un paesaggio islandese, la poltrona-trono Carlo Bugatti, una natività di Piero della Francesca, manca solo il bicchiere Arnolfo di Cambio di Blade Runner (probabilmente è rimasto negli scatoloni). Ad ogni modo si rimane intontiti e si principia a fare la fusa.

Alien Covenant recensione

Poi d’improvviso un’altra iniezione d’ottimismo: il film non è manco cominciato, e James Franco è già morto (mi si perdoni lo spoiler, ma è uno spoiler del tutto ininfluente). E comincia l’attesa, l’attesa dell’orrore, dell’alieno, lo xenomorfo coi suoi due stadi di sviluppo, gli schizzi di sangue acido, le discese ardite e le risalite. Del resto quel diavolaccio di Ridley l’aveva detto nelle interviste: “Preparatevi all’orrore, stavolta ho voluto farvi soprattutto paura”.
Maledetto depistatore. Perché il plot vira su qualcosa di imprevisto: Scott l’aveva capito fin dal 1979 che l’androide emancipato fa paura tanto quanto l’alieno. E forse di più.

Ed infatti qui l’orrore è soprattutto umano, anzi umanoide.
Certo, le carni si lacerano e le bestie immonde aprono gabbie toraciche anche qui, ma chi tiene le fila è Fassbender sdoppiato, qui in una performance cinebrivido da ricordare.
C’è chi ha scritto che il film è troppo vincolato alla continuità con Prometheus, ma si badi bene:  la continuità è lapalissiana, ma non solo non pesa affatto, anzi, si è riusciti nel miracolo di riabilitare e valorizzare un film nulla di che. Prometheus, con Covenant, si completa e assume nuovi significati.
Da dove veniamo? Chi ci ha creato? Perché siamo al mondo? C’hai mica da accende?

Alien Covenant Ridley Scott

Queste le domande fondamentali dell’Uomo. Che cos’erano gli omoni blu? Che cosa erano tutte quelle bestiacce podaliche di Prometheus, e che fine hanno fatto gli Alien di Rambaldi col capìno lucido, che in tanti abbiamo intravisto nelle nostre notti insonni anni 80?
Beh, il film spiega tutto o quasi, mantenendo una tensione favolosa, e infilando citazioni ovunque, da Wagner, a Byron a Percy Bysshe Shelley a Country Roads di John Denver (“Non scherzo mai su John Denver”). Per non parlare di dove David ha sepolto Noomi Rapace.

Un ultimo plauso al colpo di scena finale, degno d’un maestro del cinema ultra rodato. Un colpo di scena talmente lento e telefonato, che alla fine lo spettatore abbassa la guardia e lo esclude. E a quel punto che viene fregato. Un po’ come quando si gioca a ping-pong con uno talmente scarso, con lanci “rimbalzoni” e dispari, che alla fine ti fa quasi il culo.

East End

East End locandinaCosa hanno a in comune la CIA, il derby Roma-Lazio, una degradata periferia, l’ex presidente degli Stati Uniti Obama, Papa Francesco e Ratzinger, Roberto Saviano e Giorgio Napolitano? Probabilmente niente, ma sono tutti stati egregiamente ritratti in East End, il nuovo film d’animazione italiano nelle sale in questi giorni, frutto del genio artistico di Skanf e Puccio e dell’agenzia di animazione indipendente Canecane.

Tutto ruota intorno al derby Roma-Lazio, a un satellite USA dirottato e alle peripezie di Leo, Lex & Co, giovani abitanti della Bertozzi Tower, un condominio della periferia est di Roma costruito dal palazzinaro/speculatore edilizio Bertozzi poi fuggito all’estero con il malloppo.

La trama, che all’apparenza sembra semplice e scontata, è in realtà articolata e arzigogolata, con personaggi ben delineati, gag, trovate esilaranti, sarcastiche e mai scontate, e con un ritmo incalzante che non lascia mai lo spettatore senza una battuta.

East End film

Cattivo al punto giusto e con uno sguardo attento alla società contemporanea, il film è costellato di espedienti spassosi: cani guida per non vedenti accecati, cacche tirate in faccia, un Federico Moccia sgrammaticato e senza scrupoli. Insomma, ce n’è per tutti, o almeno per tutti coloro che se lo meritano. Ma non vediamo solo pura cattiveria, c’è ironia, sarcasmo e presa in giro degli usi e (mal)costumi italiani, dai grandi scandali nazionali alla quotidianità, mettendo in evidenza comportamenti simpsoniani che ritroviamo veramente nella realtà di tutti i giorni. Basti guardare la scena in cui la madre di Lex, donna remissiva e sottomessa, una volta al volante della sua auto, diventa aggressiva e intollerante. E alla fine la colpa è sempre di qualcun altro, specie se diverso.

East End recensione

Gli ideatori e disegnatori, alias Luca Scanferia e Giuseppe Squillaci, hanno coraggiosamente realizzato un film che è riuscito a perforare lo strato di mediocrità e moralismo,  ormai le prerogative essenziali per arrivare sul grande schermo, e ben venga che si siano ispirati a South Park,  I Griffin o I Simpson, senza dover per forza catalogare East End come il South Park italiano, perché l’ispirazione non può essere trasformata in etichetta o casella come fanno i critici cinematografici.

East End animazione

East End DEVE essere visto per il solo fatto di poter ammirare un favoloso film d’animazione made in Italy (sfortunatamente quasi un ossimoro), e gustarsi una Roma a cartoni animati che dopo il successo di Lo chiamavano Jeeg Robot, sembra proprio che stia diventando di nuovo Roma Caput Mundi, ma questa volta del mondo di celluloide e di fantasia.

East End Roma

Planetarium

locandina planetarium film

Venga signora, si fidi di me. Non si aspetti nulla, speri tutto”. Nella seduta spiritica con cui le sorelle Barlow esordiscono con il loro inquietante show a Parigi, Laura (Natalie Portman) invita così la sua vittima tra il pubblico a fare una chiacchieratina con il caro estinto, grazie alle soprannaturali doti di Kate (Lily-Rose Depp, sì, quel papà Depp lì). E io confesso che presa dall’entusiasmo per Jackie, qualcosa mi aspettavo dal nuovo film con la neo mamma Portman, perché nonostante le critiche affatto entusiaste qualcosa doveva pur imprimersi sulla pellicola, grazie all’intrigante tema dello spiritismo, alla Parigi anni ’30 e al cast niente male… ma in questo film, j’en suis désolée, l’unico fantasma è il plot, che è del genere deforme e trasformista (e da qui spoilero spaventosamente).

natalie portman e emmanuel salinger

 

Nei primi minuti del film si viene sinistramente attirati dallo specchietto del paranormale, e per un bel pezzo ci si aspetta che la vicenda giri attorno alla domanda: ci sono (i fantasmi) o ci fanno (le sorelle)? Poi tutto scivola in un’inaspettata autocelebrazione del cinema e del mestiere di attore, mestiere in cui viene catapultata la sorella grande Laura a cui viene proposto di recitare la parte di una medium alle prese con un triangolo amoroso (in cui il terzo incomodo è, manco a dirlo, un fantasma, e l’attore collega è il fascinoso – almeno quello – Louis Garrel).

Da questa avventura cinematografica nasce il rapporto delle due con il produttore André Korben (Emmanuel Salinger), che non si capisce bene di quale delle due si sia innamorato e per non sbagliarsi se le mette in casa entrambe, in modo da poter anche approfittare delle effettive doti da… medium della minore. E qui allora si spera che la svolta sia data da qualche rivelazione da parte dei suoi fantasmi: peccato che un fantasma è di certo il padre, che appare in un insight delle sue visioni che si rivela un inutile cul de sac, e l’altro non si capisce bene chi sia, ma sta di fatto che le sedute diventano rumorosamente erotiche. Ma niente, nemmeno la svolta a luci rosse prende il via.

lily-rose depp planetarium

Allora ci si prova con qualche sfumatura storica che riguarda le origini mal celate del tormentato produttore (non) francese, ma anche qui finisce male, così male, che lui lo mettono in prigione e lì lo lasciamo per sempre. Mentre nel frattempo, per non annoiarci, spunta anche il dottore che diagnostica una malattia incurabile e letale. Per non dimenticare il finale in cui viene scomodata anche l’ignara Rossella O’Hara.

Io però lo sforzo di trovare qualcosa di veramente positivo lo voglio fare: per il pubblico maschile, la Portman regala un nudo senza controfigura del suo fondo schiena; per i linguisti, vi potete guardare la versione originale in cui si passa dall’inglese al francese permettendovi di fare almeno molto esercizio. Sennò c’è l’unica citazione degna di nota: ”Per questo si recita. Perché avremmo voluto vivere alcune cose più intensamente e non lo abbiamo fatto. Così rimpiangiamo e facciamo dei film. Oppure facciamo dei film che poi rimpiangiamo…

natalie portman nuda

Ecco ho spoilerato anche questo…

Birdman – o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza)

Birdman locandina filmCon la primavera ritornano le rondini e gli uccelli migratori e così, colti da ispirazione, abbiamo rivisto Birdman. Avevamo voglia di teatro e di un po’ di sano surrealismo in queste giornate di caldo-freddo-pioggia-sole, e siamo andati a ricercarlo nel film di Alejandro Gonzàlez Iñàrritu del 2014.

Birdman inizia con una meditazione a mezz’aria del protagonista Riggan Thompson (Michael Keaton) e, fin da subito, viene instillato il dubbio nello spettatore se la presenza ingombrante dell’uomo uccello vestito di piume cangianti e dalla voce profonda e persuasiva, sia frutto della mente di Riggan oppure esista davvero.

La domanda si pone, ma passa in secondo piano quando le interazioni tra gli attori hanno il sopravvento e la storia prende una piega comico-grottesca piacevole e intelligente.

Birdman recensione

Il film si svolge quasi tutto all’interno di un teatro newyorchese con pochissimi esterni, mettendo in luce le personalità da “prima donna” dei diversi interpreti e i drammi personali di Thompson, tormentato dal suo passato di attore di film commerciali e voglioso di una rivalsa personale e professionale.

Birdman movie

Bello il confronto tra Riggan e la critica teatrale Tabitha Dickinson (Lindsay Duncan) in cui Keaton esterna quello che la maggior parte del pubblico pensa dei critici, che siano televisivi, cinematografici, letterari ecc…

 “Acerbo, fiacco, marginale: etichette, lei è capace solo ad etichettare ogni cosa, questa è squallida pigrizia. Lei non sa come chiamare questa cosa se non sa come etichettarla.”

Birdman L'imprevedibile virtù dell'ignoranza

Il cast di “attoroni” (Naomi Watts, Edward Norton, Emma Stone, Zach Galifianakis) seguiti dalla telecamera in un finto piano sequenza, fanno respirare l’odore di quinte e sudore di Broadway, e danno una mano cospicua a far vincere i numerosi premi che la pellicola ha portato a casa (Premi Oscar di tutti i tipi, Golden Globi, Davidi di Donatello, Sagra della Rana di Staggia Senese).

Birdman film L'imprevedibile virtù dell'ignoranza

“Hai ottenuto quello che volevi!” Riggan sente dirsi al suo risveglio nel letto d’ospedale. Indossa una mascherina post operatoria. Ma qual’era la cosa che voleva il protagonista, avere di nuovo una maschera o lasciare il suo passato di celebrità e diventare un bravo attore ? Forse entrambi, e il suo alter ego, Birdman, seduto silente sul cesso, dà l’idea di una liberazione del suo ingombrante passato ed un’assimilazione del costume in quella del nuovo Riggan Thomson.

E poi la scena finale. Igñàrritu la commentò, a suo tempo, affermando che poteva essere interpretata in tanti modi quante sono le seggioline del cinema e che quindi lascerò senza commento.

Gimme Danger

Gimme Danger locandinaGimme Danger è il secondo film di Jim Jarmush a distanza di pochi mesi che ritorna sugli schermi per raccontarci la carriera Iggy Pop e compagni con un documentario essenziale per la storia del rock.

Un giovane Jim (il vero nome di Iggy è James Newell Osterberg Jr, come i fan ben sanno) vive alla periferia della città in una roulotte con i suoi e, come in ogni classica storia del rock, gli regalano uno strumento per il compleanno: una batteria. Tutto nasce da una batteria ingombrante in una roulotte minuscola. Iggy non ancora Iggy debutta con le band giovanili come batterista ed è pure bravino, ma poi, come dice lui, si stanca di vedere i soliti tre culi davanti a lui, e inizia un progetto con i fratelli Ashton  e Dave Alexander che darà vita agli Stooges.

Nel ‘67 anno degli scontri di Detroit,  si intrufolano in una casa abbandonata, Iggy prende alcune gocce di mescalina, una pala e inizia a ripulirla.

“Eravamo veri comunisti, pur non essendo politici, condividevamo cibo, stanze, soldi e tutto il resto. Facevamo una vita da comune e ognuno divideva quello che aveva.”

Così inizia la storia di una delle pietre miliari del rock and roll e della sua componente innovativa a cui tutta la generazione punk, ma non solo, (Kurt Cobain considerava Raw Power uno dei suoi album preferiti) ha reso omaggio.

LOS ANGELES – MAY 23: Iggy the Stooges (L-R Dave Alexander, Iggy Pop in front, Scott Asheton in back and Ron Asheton) pose for a portrait at Elektra Sound Recorders while making their second album ‘Fun House’ on May 23, 1970 in Los Angeles, California. (Photo by Ed Caraeff/Getty Images)

Nel 1973 con tre album all’attivo, gli Stooges ricevono solo tiepidi riscontri dalla critica e dalle case discografiche, nonostante Iggy sia diventato amico di Bowie prima della registrazione del terzo album.  Dovranno affrontare anni d’oblio, droga e morti premature, prima di riunirsi nel 2003 ed avere il successo planetario che si meritano.

Gimme Danger recensione

Il documentario adotta uno stile classico con interviste e filmati d’epoca, riuscendo a rimettere insieme un materiale visivo sparso nel tempo e nello spazio che rischiava di finire nel solito dimenticatoio. Jarmush però, inserisce poca estrosità nella narrazione, ricorrendo alle solite scritte sullo schermo che abbiamo già visto in Paterson e ad alcuni stratagemmi di montaggio da far invidia al programma televisivo Le Iene, ma riesce comunque a dipingere un ritratto reale di una band che è riuscita ad avere fortuna solo “da vecchia” e  della sua influenza musicale sui decenni successivi.

Gimme Danger film

Gimme Danger ci riporta alla realtà dell’unico sopravvissuto, Iggy, che quando intona No fun my babe no fun mi fa pensare tristemente che il divertimento è arrivato davvero in ritardo di trent’anni, facendomi venire in mente Sixto Rodriguez e la sua storia raccontata in Sugar Man.

Gimme Danger Iggy Pop

« Older posts