La banchina del ghiaccio

sogni di celluloide

Month: novembre 2016

Captain Fantastic

Captain Fantastic locandina

A cinque minuti dall’inizio di Captain Fantastic, ho avuto la sensazione di dovermi schierare e sono stata messa davanti al fatto che, nonostante sentissi formicolare il mio represso istinto anticonformista, mi sarei comunque ritrovata a guardare il resto con lo sguardo critico di una banale abitante della società occidentale, una che beve senza scrupoli acqua avvelenata, preferibilmente con ghiaccio e limone. Mi sbagliavo. Nelle primissime scene di questo film che ci catapultano nella vita di Ben e dei suoi figli, non si percepisce ancora con quale delicatezza ne saremo poi allontanati. Provate ad esempio a chiedervi se, dopo il finale, la crudezza della prima scena sia stata o non sia stata perdonata dalla vostra memoria. La sorpresa più bella in Captain Fantastic è proprio che nessuno è chiamato a schierarsi ma tutti sono invitati a mettersi in discussione. E questo perché non è tutto così idilliaco in quella foresta del Nord America dove Ben vive con i sei figli, tutti con nomi inventati dai genitori, lontani dalla società, nel loro paradiso in cui ci si allena duramente, si scuoiano animali, si scalano pareti rocciose, si leggono I Fratelli Karamazov, si rispettano rigorosamente gli orari e ognuno suona virtuosamente qualche strumento. La madre è assente e si scopre presto che muore durante un ricovero in ospedale, così come emergono gli attriti tra Ben e il suocero, che gli vieta di andare al funerale. I figli però non ci stanno e convincono il padre a partire per un viaggio da cui torneranno tutti cambiati. Un viaggio che obbliga Ben a capire che la promessa non cambierà niente, è impossibile da mantenere, e che il cambiamento e l’evoluzione sono inevitabili. Non solo. Anche un viaggio in cui emergono le debolezze del ‘mondo’ e si inizia ad essere lucidamente rimbalzati in un doppio sguardo critico verso entrambe le due realtà, così diverse tra loro, ma dove la perfezione non esiste.

Il secondo lungometraggio di Matt Ross dopo 28 Hotel Rooms e il primo ad essere distribuito in Italia, è di fatto un film sulla famiglia e sull’essere genitori che, dietro a una storia iperbolica, nasconde messaggi profondamente universali. Captain Fantastic non è un film che si schiera o fa schierare, non è un film che condanna, non è un film in cui le cose sono bianche o nere. È un film in cui siamo tutti invitatati a riflettere sugli errori che stiamo commettendo nella nostra vita, dentro o fuori dalle nostre foreste, dentro o fuori dalle nostre belle case piene di ragazzini attaccati a ogni tipo di schermo luminoso. E i primi ad essere interrogati sono i genitori a cui viene ricordato che il mestiere di amare profondamente i propri figli evitando il rischio di distruggerli è davvero il più difficile del mondo.

Captain Fantastic recensione

Il ritmo del film scorre senza mai una frenata sulle strade percorse dall’autobus di famiglia, con qualche apertura sui grandiosi paesaggi americani che fa bene agli occhi . Apprezzabilissimo è anche l’equilibrio tra la celebrità Viggo Mortensen (per chi se lo fosse dimenticato Aragorn del Signore degli Anelli) e i giovani attori che lo circondano nel ruolo dei figli, con un riuscito risultato corale, anzi è il caso di dire familiare, vuoi anche per le settimane di preparazione che il cast ha davvero passato vivendo nelle tende in mezzo alle montagne.

Captain Fantastic è un delicato sguardo critico sulla nostra società che ci invita a mettere in discussione il paradiso che crediamo di esserci costruiti e a evolverci senza per questo tradire la nostra natura.

Captain Fantastic film

Julieta

julietaDopo una deriva un po’ grottesca con Gli amanti passeggeri , Pedro Almodovar ritorna ad occuparsi di donne, e lo fa con una capigliatura anni ’80 alla Donatella Rettore, i colori pastello delle minigonne di Adriana Ugarte, e con la matura e sofferente Emma Suarez: entrambe sono Julieta, una donna che ha un passato doloroso che ritorna casualmente, e come tutti i passati dolorosi, riporta alla luce ferite aperte che si credevano guarite.

La trama: Julieta sta per trasferirsi in Portogallo insieme allo scrittore Lorenzo Gentile, ma un incontro casuale con Beatriz, l’amica di infanzia della figlia, la catapulta in un passato che pensava di essersi lasciata alle spalle e decide, pertanto, di non partire, rifiutando di dare spiegazioni al suo compagno. Il comprensivo Lorenzo, con il suo poderoso accento argentino, è magnifico e incarna egregiamente l’amante perfetto: se ne va senza fare domande, lontano dai drammi della gelosia.

julieta almodovar

Julieta affitta, allora, una stanza nello stesso condominio che aveva lasciato anni prima e si abbandona alla scrittura di un diario da cui traspira una triste storia di abbandono filiale.

La storia fatta di flashback ci riporta su un treno dove una giovane Julieta – Adriana Ugarte fa la prima conoscenza di Xoan un pescatore del nord, con il quale passa una notte d’amore. Mesi dopo, si trasferisce nel paese di Xoan dove incontra due personaggi con cui instaurerà dei legami cinematograficamente importanti, la divina Rossy de Palma nei panni della governante Marian e Inma Cuesta che interpreta Ava, un’artista, amica e amante part-time di Xoan.

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Dalla relazione con Xoan, nasce Antìa, molto legata al padre. L’improvvisa morte di Xoan mentre Antìa è lontana da casa, la porta ad accudire la madre depressa per la perdita del compagno, ma dopo che Julieta si è ristabilita, abbandona il tetto materno per un ritiro spirituale e scompare per sempre.

I ricordi affliggono Julieta che vagando a zonzo per Madrid, incontra di nuovo Beatriz. Bea le confida che il legame con sua figlia ai tempi dell’adolescenza era molto di più di una semplice amicizia e che durante l’incontro di alcuni mesi prima, Antìa aveva fatto finta di non riconoscerla mentre era con i suoi tre figli.

Julieta, stordita, continua il suo vagare senza meta e improvvisamente tenta il suicidio gettandosi nel traffico di Madrid, mentre dall’altra parte della strada, Lorenzo, di ritorno in città, assiste alla scena.

Il film si risolve con una rivincita del karma proprio nel momento in cui Julieta rinuncia di nuovo alla ricerca della figlia e con una riflessione sul senso di colpa, filo rosso che unisce i personaggi femminili della pellicola.

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Per la stesura di Julieta, Almodovar ha affermato di essersi ispirato a tre racconti di Alice Monroe, e forse per questo la storia non scorre come dovrebbe, ma  la genialità del regista si sublima comunque nella scena in cui Antìa e Bea asciugano la testa ad una depressa Adriana Ugarte e nel momento in cui scostano la salvietta, Julieta ha la faccia della più matura Emma Suarez.

Per il resto, i dialoghi mai sbagliati e i colori caldi e accesi che caratterizzano la maggior parte dei film del regista spagnolo, sono ancora i protagonisti indiscussi insieme all’umanità, con le sue debolezze e i suoi giochi d’amore. Anche se la narrazione stenta ad adattarsi alla bellezza delle inquadrature e del girato, Julieta rimane una piacevole passeggiata raccontata da un grande regista.

In guerra per amore

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La leggerezza, che non significa mancanza di densità, è quello che molti si aspettano – e si meritano – davanti a uno schermo per due ore, ma nel nuovo film di Pif c’è qualcosa nel dosaggio degli ingredienti che è andato storto. La leggerezza si mescola all’amore, alla guerra, alla storia, alla comicità, con un pizzico di sociale gay-friendly buttato là, si ha l’impressione, solo per far lievitare meglio il tutto e… voilà, tutto diventa insapore. Non c’è niente da fare, quell’equilibrio perfetto che Benigni con La Vita è Bella era riuscito a creare con gli stessi ingredienti è irriproducibile, e Pif ci fa sorridere, ci fa riflettere su un tema storico forse sconosciuto a molti, ma non si avvicina lontanamente al capolavoro a cui strizza l’occhio. Come nel film del ’97, anche qui c’è il tentativo di dividere il film in due ambientazioni e in due atmosfere diverse, ma, oltre al fatto che l’equilibrio temporale si perde completamente nella parte centrale, l’atmosfera rimane sempre molto naif anche quando dovrebbe farsi drammatica, fatta eccezione forse per le scene del rifugio antiaereo.

Tutto ha inizio a New York, nel 1943, dove Arturo Giammarresi, immigrato italiano e cameriere che combatte solo con la lingua inglese, si innamora della bella Flora (una Miriam Leone molto brava… a portare bellissimi rossetti), anche lei siciliana ma promessa a uno dei più vicini collaboratori di Lucky Luciano. L’unico modo per impedire le nozze è chiedere la mano di lei direttamente al padre, che vive in Sicilia, dove imperversa la guerra. Arturo decide allora di partire come soldato e porta con sé quello sguardo ingenuo che proprio non si riesce a conciliare con la drammaticità della situazione che va a vivere. Da qui in poi, la leggerezza si perde in una trama in cui ci si aspetta una svolta inaspettata ma in cui invece avviene proprio tutto quello che ti aspetti avvenga. Anche quando gli eventi prendono una – prevedibile – piega tragica. Tutto segue il filone della banalità in cui si viene consolati di tanto in tanto da qualche battuta in stile più sitcom che cinematografico. Poi finalmente arriva il finale, che scuote davvero, che fa capire a chi non si era informato precedentemente che Pif si riferisce a precisi eventi storici: il tellurico discorso di Don Calò che da solo vale la visione del resto del film.

La pazza gioia

la pazza gioia locandinaCi sono due aspetti innegabili di questo film uscito la primavera scorsa e in cui dopo La Prima Cosa Bella, Paolo Virzì affronta di nuovo il tema della famiglia come incubatrice dei nostri tormenti, rimettendo la moglie Micaela Ramazzotti nei panni di una madre problematica. Il primo è che alle donne piacciono a prescindere i film che osservano le donne, e in questo caso l’indulgenza con cui si guarda alla loro follia, clinicamente parlando, non può che commuovere la fetta rosa delle spettatrici. Il secondo è che risulta molto difficile mettere in discussione la prova delle due attrici protagoniste, Valeria Bruni Tedeschi insieme alla Ramazzotti. Ecco, se proprio un difetto bisogna trovarlo, è che si ha l’impressione di assistere a un lungo provino dall’esito indiscutibilmente eccellente, ma che non lascia mai lo sguardo riposare né sui personaggi secondari, né sulla narrazione che rischia di scivolare verso il fiabesco.

Il film segue nella loro fuga da una comunità terapeutica Beatrice e Donatella, due donne diverse quanto perfettamente intersecabili, svelando un po’ alla volta il loro passato. Ed è scoprendo il contesto in cui sono nati i loro drammi che lo spettatore è inquietato (o sollevato?) dalla rivelazione che i ‘matti’ senza perizie ufficiali restano fuori, liberi e impuniti, e che tra di loro i peggiori sono i parenti più stretti. L’unico genitore che si salva è proprio Donatella, quella a cui il figlio viene tolto e a cui forse tutti l’avremmo tolto senza metterci nei suoi panni (Datemelo no? …Che mi curate levandomelo?) ma che è anche l’unica madre tra quelle presenti nel film che si illumina davanti al figlio, diventando radiosa solo per quel breve istante in cui i due sono liberi di guardarsi.

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La domanda vera che pone il film è se siamo tutti nati tristi o se ci sia un momento della vita di ognuno, complici le persone che ci circondano, in cui si corre il rischio di impazzire inseguendo la felicità, che poi è nelle cose piccole, nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili. In altre parole, ci si chiede quale sarà mai il criterio con cui vengono distribuiti quegli anticorpi che permettono ad alcuni sì e ad altri no di passare indenni sui ponti delle proprie tragedie.

Io, Daniel Blake

daniel blake locandina recensione spoilerNel film vincitore della Palma d’oro a Cannes, Daniel Blake, carpentiere di Newcastle, si ritrova a combattere una frustrante battaglia contro la burocrazia per ottenere un sussidio e riuscire a sopravvivere dopo un infarto. Durante uno di questi appuntamenti kafkiani incontra Katie, madre single spedita come un pacco a Newcastle da Londra, e tra i due scatta quel meccanismo per cui aiutare gli altri distrae e anestetizza dalle proprie tragedie.

Nonostante l’ambientazione e le chiare intenzioni di Ken Loach nei confronti del sistema sociale britannico, il tema, i personaggi, le situazioni quotidiane di ordinaria povertà sono rese perfettamente universali (chi non si è mai ritrovato appeso per ore al vivavoce in attesa della risposta di un call center istituzionale) grazie alla scrematura scientifica di ogni sovrappiù. Ancor più che nel finale, l’unico elemento con cui lo spettatore viene colpito allo stomaco è proprio la crudezza della fame, e mai grazie a colpi di scena sentimentali o vorticosi. Ambientato in case umili e uffici asettici, quelle rare volte in cui la camera esce sugli esterni urbani questi diventano ancora più grigi e meno accoglienti degli interni in cui ci si torna subito a rifugiare. Lo sguardo rimane fermo senza distrazioni sui due protagonisti, interpretati da Dave Johns e Hayley Squires, due volti ‘comuni’ della scena artistica anglosassone, che hanno accettato uno di abbandonare gli usuali panni di comico e l’altra di girare le scene in ordine cronologico senza conoscere il copione delle successive.

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Il tocco di amara ironia del film viene offerto senza sforzi di immaginazione dalla descrizione magistrale dei meccanismi istituzionali, talmente illogici da strappare un sorriso. I ‘cattivi’ sono quelli che dovrebbero aiutare e che, a guardarli bene, sono più impacciati dei ‘buoni’, barricati come restano dietro alle loro risposte automatiche a cui nemmeno loro sanno dare una spiegazione. Quei pochi che si ribellano mostrando le crepe del sistema, come l’impiegata Ann, vengono subito ammoniti per il loro comportamento inammissibile e diventano dei coraggiosi contrabbandieri di umanità. In una società dove le soluzioni più concrete arrivano dall’illegalità, tutto è in vendita senza falsi moralismi, ad eccezione della dignità creativa con cui ognuno cerca di decorare la propria realtà desolante, come fa Daniel con i suoi pesci di legno. Da tutto ciò è già contaminato anche lo sguardo dei bambini, costretti ad abbandonare il proprio mondo pur di avere un tetto, e che come gli adulti un po’ si alienano (“se gli altri non lo ascoltano, perché lui dovrebbe ascolatre gli altri”), un po’ aderiscono a quella solidarietà sotterranea che è l’unica soluzione possibile e non sempre salvifica (“se tu hai aiutato noi, perché noi non possiamo aiutare te”).

 IC