La banchina del ghiaccio

sogni di celluloide

Julieta

julietaDopo una deriva un po’ grottesca con Gli amanti passeggeri , Pedro Almodovar ritorna ad occuparsi di donne, e lo fa con una capigliatura anni ’80 alla Donatella Rettore, i colori pastello delle minigonne di Adriana Ugarte, e con la matura e sofferente Emma Suarez: entrambe sono Julieta, una donna che ha un passato doloroso che ritorna casualmente, e come tutti i passati dolorosi, riporta alla luce ferite aperte che si credevano guarite.

La trama: Julieta sta per trasferirsi in Portogallo insieme allo scrittore Lorenzo Gentile, ma un incontro casuale con Beatriz, l’amica di infanzia della figlia, la catapulta in un passato che pensava di essersi lasciata alle spalle e decide, pertanto, di non partire, rifiutando di dare spiegazioni al suo compagno. Il comprensivo Lorenzo, con il suo poderoso accento argentino, è magnifico e incarna egregiamente l’amante perfetto: se ne va senza fare domande, lontano dai drammi della gelosia.

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Julieta affitta, allora, una stanza nello stesso condominio che aveva lasciato anni prima e si abbandona alla scrittura di un diario da cui traspira una triste storia di abbandono filiale.

La storia fatta di flashback ci riporta su un treno dove una giovane Julieta – Adriana Ugarte fa la prima conoscenza di Xoan un pescatore del nord, con il quale passa una notte d’amore. Mesi dopo, si trasferisce nel paese di Xoan dove incontra due personaggi con cui instaurerà dei legami cinematograficamente importanti, la divina Rossy de Palma nei panni della governante Marian e Inma Cuesta che interpreta Ava, un’artista, amica e amante part-time di Xoan.

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Dalla relazione con Xoan, nasce Antìa, molto legata al padre. L’improvvisa morte di Xoan mentre Antìa è lontana da casa, la porta ad accudire la madre depressa per la perdita del compagno, ma dopo che Julieta si è ristabilita, abbandona il tetto materno per un ritiro spirituale e scompare per sempre.

I ricordi affliggono Julieta che vagando a zonzo per Madrid, incontra di nuovo Beatriz. Bea le confida che il legame con sua figlia ai tempi dell’adolescenza era molto di più di una semplice amicizia e che durante l’incontro di alcuni mesi prima, Antìa aveva fatto finta di non riconoscerla mentre era con i suoi tre figli.

Julieta, stordita, continua il suo vagare senza meta e improvvisamente tenta il suicidio gettandosi nel traffico di Madrid, mentre dall’altra parte della strada, Lorenzo, di ritorno in città, assiste alla scena.

Il film si risolve con una rivincita del karma proprio nel momento in cui Julieta rinuncia di nuovo alla ricerca della figlia e con una riflessione sul senso di colpa, filo rosso che unisce i personaggi femminili della pellicola.

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Per la stesura di Julieta, Almodovar ha affermato di essersi ispirato a tre racconti di Alice Monroe, e forse per questo la storia non scorre come dovrebbe, ma  la genialità del regista si sublima comunque nella scena in cui Antìa e Bea asciugano la testa ad una depressa Adriana Ugarte e nel momento in cui scostano la salvietta, Julieta ha la faccia della più matura Emma Suarez.

Per il resto, i dialoghi mai sbagliati e i colori caldi e accesi che caratterizzano la maggior parte dei film del regista spagnolo, sono ancora i protagonisti indiscussi insieme all’umanità, con le sue debolezze e i suoi giochi d’amore. Anche se la narrazione stenta ad adattarsi alla bellezza delle inquadrature e del girato, Julieta rimane una piacevole passeggiata raccontata da un grande regista.

1 Comment

  1. Ma se Gli amanti passeggeri sono una “deriva grottesca” gli altri film, soprattutto i suoi classici (La legge del desiderio e Tutto su mia madre) cosa sono? 😀

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