La banchina del ghiaccio

sogni di celluloide

Month: febbraio 2017

Jackie

Lo dice la stessa Jackie: non importa che gli artisti chiamati alla Casa Bianca siano americani, l’importante è avere il meglio. E non poteva esserci momento più attuale perché un cileno entrasse nella storia americana per raccontarla. È proprio lo sguardo esterno di Pablo Larrain, che gira il suo primo film negli Stati Uniti nell’ombelico delle stelle e delle strisce, che libera questo spaccato biografico di Jackie Kennedy da ogni forzatura patriottica e da tutte le mitizzazioni. Non solo. La maniacale riproduzione dei dettagli e dei filmati d’epoca lascia ben poco spazio anche alle critiche sulla ricostruzione storica dei fatti, come se da quelle il regista si volesse difendere a prescindere, in modo da essere certo di mettere in primo piano un punto di vista più intimo. In un certo senso lo spettatore viene liberato dal fardello di improvvisarsi esperto biografo e viene inconsapevolmente condotto a rivolgere l’attenzione altrove, attraverso una fotografia magistrale che traccia senza prepotenze un vero e proprio binario obbligato da seguire.

Ma Pablo Larrain non si limita a raccogliere l’invito di Jackie Kennedy ad entrare nella Casa Bianca, corre altri rischi enormi che diventano la forza di questo film: la sovrapposizione continua dei piani temporali, tutti dominati dal personaggio di Jackie (Natalie Portman), e la volontà di disegnare un ritratto intimo della first lady più iconica della storia.

Andiamo in ordine. A una settimana dagli eventi di Dallas, Jackie Kennedy, già ‘sfrattata’ dalla Casa Bianca, riceve la visita di un giornalista (Billy Crudup), riferimento a un’intervista realmente rilasciata alla rivista LIFE. Da questo incontro scaturisce il suo racconto personale del 22 novembre 1963 e dei giorni successivi, passando per le scene del documentario ”A Tour of the White House” andato in onda nel 1962, procedendo per flashback che non seguono un ordine cronologico. La logica della narrazione è però sapiente e per niente disturbante, non c’è l’intento di confondere o celare colpi di scena, semplicemente quello di seguire l’ordine dei ricordi, come avviene nella mente, ma con il beneficio non indifferente di una regia.

Tutto si gioca tra storia e vissuto personale ma senza mai scivolare nei dettagli sentimentali o nel gossip, con l’intento di scattare l’istantanea di un momento ben preciso. Non manca la riflessione sulla storia e sul ruolo dell’arte e della bellezza: da una parte la storia fatta dagli uomini (e dalle donne), che ci vengono rivelate reali e fragili dietro la maschera dei loro ruoli, dall’altra la funzione degli oggetti e della bellezza: Gli oggetti e le opere d’arte durano più delle persone.

 

Peter Sarsgaard nel ruolo di Bobby Kennedy

Il secondo rischio era quello di un film Portman-centrico, e qui qualsiasi applauso all’interpretazione dell’attrice alla sua meritatissima terza candidatura all’Oscar suonerebbe banale. L’incursione costante sul volto di Natalie-Jackie non è mai soffocante e la sua capacità di disciogliersi nel personaggio è straordinaria. Nella versione italiana possiamo godere ‘solo’ dell’espressività, della mimica e della gestualità, mentre nell’originale è sorprendente come la Portman riesca a imitare anche il tono della voce della first lady. Il risultato è un ritratto tutto femminile per niente scontato (in tutti i sensi), in cui l’introspezione nei momenti più bui viene sempre accompagnata dallo stesso tema musicale distorto, come a segnalare il ripiegamento di Jackie su se stessa negli attimi di profondo cedimento.

 

John Hurt in una delle sue ultime apparizioni nel ruolo del sacerdote.

La scelta di Larrain e dello sceneggiatore Noah Oppenheim è quella di evitare ogni patetismo e di intrecciare insieme le sfaccettature di una donna che in alcuni momenti quasi balbetta ma che poi sa ottenere tutto ciò che vuole. La incontriamo un po’ come la incontra il giornalista, aspettandoci morbosamente i tragici dettagli dello sparo, per poi invece sentirceli raccontare come indelebile ferita umana di una donna che non riesce a raccogliere i pezzi del cervello del marito ma, forse anche grazie alla sua vanità, sa tenere insieme tutta la sua dignità con cui marchia indelebilmente la storia. Lei ha fatto per questo paese negli ultimi giorni qualcosa che lascerà il segno. È questa la storia. L’intera nazione ha seguito il funerale dall’inizio alla fine. Anche tra molti anni il paese avrà memoria della sua dignità, della sua maestà, lei sarà ricordata da tutti.

 

 

Sabbie Nere-Black Sands

Cristina Moglia in Sabbie Nere contro l'alienazione genitorialeOggi qui sulla Banchina del Ghiaccio vogliamo fare un’incursione nel mondo dei corti indipendenti, presentandovi Sabbie Nere-Black Sands. Il cortometraggio girato in Sardegna, autoprodotto da Mariangela Campus con la regia di Isidoro Ventura P, vede come protagonisti volti noti degli schermi e dei palcoscenici italiani, quelli di Cristina Moglia e Marius Bizau. Sabbie Nere-Black Sands affronta un tema sociale tanto radicalmente diffuso quanto sottaciuto, quello dell’Alienazione Genitoriale che, al di là delle definizioni psicologiche, è il fenomeno che coinvolge i figli in separazioni molto conflittuali in cui uno dei due genitori mette in atto una vera e propria esclusione dell’altro dalla vita dei figli. Non solo quindi il cortometraggio si fa portavoce di una vasta problematica sociale, ma lo fa anche coraggiosamente mostrandocela dalla prospettiva più inaspettata ma purtroppo in espansione, quella in cui è la madre a subire il processo di alienazione, ispirandosi tra l’altro a una vicenda autobiografica. La personale consapevolezza di questo dramma emerge palpabilmente nel modo in cui viene rappresentata la solitudine del genitore alienato e la personalità del genitore alienante, aspetti cardine del cortometraggio e per nulla ritoccati ad arte. Sabbie Nere-Black Sands è stato già premiato al Festival Internazionale del Cinema di Salerno con il premio a Cristina Moglia come migliore attrice protagonista e quello a Mariangela Campus per la migliore produzione, ed è appena approdato negli Stati Uniti dove è in finale al The Women’s Film Festival di Philadelphia.

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Abbiamo fatto qualche domanda alla produttrice Mariangela Campus.

Quando e come sarà possibile vedere il cortometraggio in Italia?

Ancora non sappiamo quando sarà possibile vedere il corto nelle sale cinematografiche, è prevista la sua partecipazione ad altri festival internazionali e la sua proiezione nelle scuole all’interno di un progetto di sensibilizzazione sull’ alienazione che abbiamo già sperimentato in un Liceo psicopedagogico di Salerno durante il Festival, con grande successo. Ho ricevuto richieste da parte di istituti superiori e Università per poterlo utilizzare durante seminari di studio e da qui è nato il progetto scuola con l’associazione F.L.A.Ge e con il patrocinio del Ministero dell’Istruzione.

Quali sono state le maggiori difficoltà e quanto tempo è passato tra l’idea e l’effettiva realizzazione del cortometraggio?

Le difficoltà maggiori sono state produrre un corto di qualità elevata facendolo rientrare nel budget a mia disposizione, trovare i macchinari giusti e le persone giuste. In questo mi è stato di fondamentale aiuto il regista Isidoro Ventura P .

All’inizio il soggetto era partito per essere un libro, che c’è ancora, ma non lo trovavo d’impatto e ho pensato che le immagini sarebbero state più dirette.

Ho proposto la mia storia a Cristina Moglia che ho sempre apprezzato come attrice, lei è rimasta entusiasta e mi ha presentato il regista. Abbiamo avuto un anno di comunicazioni telefoniche e di incontri tra Quartu e Roma per organizzare tutto e trovare il resto del cast e le location, è stato un bel lavoro di squadra perché tutti hanno capito la sofferenza di questa madre vittima di alienazione.

 

Da quali altri festival possiamo aspettarci sorprese?

Penso e spero da altri festival oltremare e qui una piccola anticipazione…anche nel Sol Levante.

In bocca al lupo a Sabbie Nere – Black Sands e all’attività di F.L.A.Ge

Alienazione genitoriale Italia Parental Alienation Italy

Ph: Karen Natasja Wikstrand

Split

recensioni split spoiler split shyamalanSono stato trascinato al cinema a vedere Split, il nuovo attesissimo film di Shyamalan non sapendo cosa aspettarmi considerati i trascorsi ambivalenti del regista, amato e venerato oppure apertamente sbeffeggiato (ricordiamo che ha perfino vinto un Razzie Award per la peggiore regia nel 2010).

La storia comincia immediatamente senza troppi preamboli con il rapimento di tre ragazze adolescenti: Marcia, Claire e l’ignara Casey che si trova con le altre per pura coincidenza. Quando si risvegliano, si trovano in un angusto scantinato dove colui che le ha rapite, appare ogni volta, con vestiti ed atteggiamenti diversi e ben presto capiscono che hanno a che fare con le diverse personalità di uno stesso individuo (James McAvoy).

Le atmosfere cupe della cantina-prigione, sono contrapposte alle immagini più luminose e rilassanti delle sedute dalla psicologa che segue il caso, la dottoressa Fletcher (omaggio a Woody Allen o puro caso?). Scopriamo così, che il cattivo soffre di quello che in psicologia è definito disturbo di personalità multiplo ed ha la bellezza di 23 personalità ognuna con le sue caratteristiche ben definite e separate dalle altre.

Split film

Nel frattempo, nel sottoscala, le tre ragazze apprendono che devono essere immolate alla Bestia, la ventiquattresima personalità che ancora non fa parte del gruppo di personaggi che affollano la testa del protagonista, ma sta profeticamente arrivando, e in parallelo,  ci viene descritta la storia personale di Casey fatta di abusi familiari, facendo intuire che sia proprio lei la chiave di svolta per la salvezza delle ragazze.

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La tela viene tessuta ad arte in quello che sembra un thriller psicologico ben costruito e con una bella tensione, (la scena in cui si scopre che una personalità fa finta di essere un’altra personalità è geniale). Poi finisce il primo tempo e inizia il disastro, sembra che Shyamalan indugi troppo tempo al bar e torni alla regia un po’ sbronzo e con la voglia di finire il film in fretta.

Con la seconda parte, ci viene finalmente rivelato che tutte le personalità fanno capo a Kevin Wendell Crumb, estraniato dai suoi stessi “omini” ormai da così tanto tempo che la sua coscienza non esiste praticamente più ed inizia un susseguirsi di trovate da B-movie con scene splatter e incongruenze che i cercatori di magagne dei film potranno divertirsi a trovare (ce ne sono per tutti i gusti). La sceneggiatura diventa traballante, frettolosa e forzata, dimenticando logica e cellulari pur di arrivare alla fine, come se Shyamalan si fosse prefissato di arrivare alla conclusione prima di andare al bagno dopo le birre dell’intervallo.

recensione split

Anche il finale, descritto come un clamoroso colpo di scena, è secondo me, debole: Kevin 23+1 si ritira dalla scena con una frase da manuale delle giovani marmotte causata dalla rivelazione di un dettaglio aggiunto da una mano misteriosa o da un taglio troppo generoso del montatore.

Per concludere, Shyamalan inizia una storia che si preannuncia avvincente e con un pathos da thriller perfetto e getta la fondamenta per la costruzione di qualcosa di grandioso e poi se ne esce con un bungalow da campeggio, anche se confortevole e ben arredato.

Zelig

Zelig film locandinaUscito nel 1983, Zelig è diretto da Woody Allen che mette insieme un gioiellino in cui dichiara apertamente tutto il suo amore per gli anni della grande depressione, un documentario fittizio che parla di un personaggio fittizio, ma in un passato reale.

La pellicola è piena di trovate ironiche, fresche e divertenti. Leonard Zelig, interpretato dallo stesso Allen, ha una strana malattia compulsiva: diventa simile a chi gli sta accanto, non soltanto ne prende le sembianze, ma riesce anche ad emularne la lingua, le abitudini e perfino a fingere le stesse competenze dei suoi interlocutori. Allen diventa così un suonatore di batteria di colore in un locale per soli afroamericani, gli si sviluppano tratti somatici orientali vicino ad alcuni lavoratori cinesi e la barba gli cresce a vista d’occhio accanto a due rabbini (solo per citare alcune delle tante trovate geniali).

Woody Allen in Zelig

Nominato l’uomo camaleonte dai giornali, è sfruttato dal cognato senza scrupoli che lo fa diventare un fenomeno da baraccone fino a quando la dottoressa Fletcher (Mia Farrow) prende a cuore il suo caso e, unica donna tra i luminari della psicologia, riesce a portarselo a casa per studiare il caso da vicino. Dopo mesi di interviste giornaliere, Leo-Allen ammette finalmente sotto ipnosi che la sua mimetizzazione avviene perché “è più sicuro essere come gli altri” e “desidera solo piacere alla gente.”

“It’s safe to be like the others” “I wanna be liked”

Con l’aiuto della Farrow, la sua condizione migliora e la redenzione dalla personalità “donabbondiana” lo fa pian piano diventare sicuro e fiero di essere se stesso. Tutto fila liscio fino al momento in cui alcune donne lo accusano di avere avuto rapporti sessuali con loro, rivendicano la paternità dei loro figli e, ovviamente, chiedono soldi allo smemorato. Spuntano, così, certificati di matrimonio e denunce di ogni tipo, perfino di aver dipinto una staccionata di un colore orribile mentre era sotto l’effetto della sua camaleontica personalità.

Woody Allen e Mia Farrow in Zelig

L’America puritana insorge: tutto, ma non la bigamia! Ed una pacata signora membra dell’Associazione Cristiana afferma senza remore che Zelig dovrebbe addirittura essere linciato. “America’s a moral country, is a God fearing country.” Dice l’arzilla vecchietta, che non può non farmi ricordare di una recente campagna presidenziale.

Leonard vacilla e ammette di non ricordare. Ogni volta che si “camaleontizza” perde la coscienza di sé e non riesce a rammentarsi di niente. L’enorme pressione lo fa fuggire assecondando le sue qualità mimetiche. Viene avvistato in diverse parti del mondo, tra cui in Messico al seguito di un gruppo di cantanti mariachi, ma viene riconosciuto e ritrovato in Germania al momento dell’ascesa del nazionalsocialismo in veste di un militante tedesco, prima dell’atteso lieto fine.

Zelig film recensione

Zeilg è una commedia ben fatta, piena di cameo improbabili (solo per citarne alcuni: Al Capone, Charlie Chaplin, Joe DiMaggio, Charles Linbergh e perfino Hitler e il Papa) presi da filmati di repertorio e montati sorprendentemente ad arte se pensiamo alla tecnologia analogica degli anni 80, e con un Allen in grandissima forma che adotta una mimica alla Ridolini in perfetta sintonia con i filmati d’epoca.

Una film sulla pericolosità di dover piacere a tutti i costi e sull’essere sé stesso che vuole raffigurare il conformista perfetto abituato a compiacere gli altri a tal punto da diventarne identico, una caratteristica portata all’estremo dal regista, ma evidente peculiarità della nostra società occidentale-consumistica. Per la sua originalità, non ha solo dato il nome al noto programma televisivo, ma anche a una patologia psichiatrica sulla personalità trasformista chiamata Sindrome di Zelig.

Recensione di Zelig film di woody allen con woody allen e mia farrow

“Fu amato, poi odiato.” Dice uno degli intervistati nel film. “E poi fece ritorno in aereo capovolto e tutti lo amarono di nuovo. Questi erano gli anni venti, ma è poi cambiata così tanto l’America da quei tempi?”

Era il 1983, ma poteva essere benissimo il 2017.

La La Land

Sì lo ammetto, sono entrata e uscita scettica dalla proiezione del film sulla bocca del mondo intero, eppure sono due giorni che canticchio e faccio le scale di casa solo in modalità ballerina di musical. La notizia certa è che il vaccino per la La La Fever non è stato ancora inventato. Lo dimostrano le 214 nominations e i 144 premi a oggi vinti dal film scritto e diretto dal trentaduenne Damien Chazelle, e girato in due mesi nell’estate del 2015.

la la land recensioni film italia In questi giorni la parola ‘musical’ viene pronunciata anche dall’ultimo dello spettatore, quello che magari di musical non ne ha mai visto uno ed è ignaro delle decine di citazioni presenti nel film (Cantando sotto la pioggia, West Side Story, Moulin Rouge, Grease e Gioventù Bruciata solo per citarne alcune). E questa è la chiave del successo di La La Land, il fatto di essere ricercato nei riferimenti ma allo stesso tempo all’altezza di tutti gli infiniti target. Anche se, volendo andare a cercare a fondo le ragioni pubblicitarie di tanto successo planetario, non è difficile riconoscere una grande e melensa autocelebrazione dell’universo hollywoodiano, che, è il caso di dire, se la suona e se la canta da solo.

 

Capire cos’altro funziona così bene in La La Land senza una leggera spruzzatina di spoiler è praticamente impossibile. L’effetto sorpresa non è dato tanto dal finale ma dal montaggio, potremmo benissimo dire dal montaggio della storia d’amore tra Mia e Sebastian, sulla quale scopriamo in sala di essere stati tutti confusi ad arte dai trailer, e in certo senso tiriamo anche un sospiro di sollievo capendo che non è tutto così scontato come sembra. Anzi, in quel mondo ovattato in cui i protagonisti squattrinati sono sempre bellissimi e hanno un vestito diverso per ogni mezza giornata, ci sorprendiamo nella scena della cena (se qualcuno sa dirmi che cosa è quella cosa enorme che brucia in forno gliene sarei culinariamente grata) a scoprire due personaggi che tanto assomigliano a tutti noi in quel realistico momento in cui l’io si scontra col noi e la puntina del vinile nella nostra testa salta producendo suoni fantasmagorici. Un po’ come una jam session che finisce tragicamente, ma in fondo su questo Mia era stata istruita. Va da sé che anche il montaggio di Tom Cross è candidato agli Oscar.

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Tra le 14 nominations, anche quella per i costumi, creati da Mary Zophres perché si armonizzassero alla perfezione con le scenografie di David Wasco, anche queste candidate all’ambita statuetta. Tutti elementi che contribuiscono a un altro ‘effetto speciale’ di La La Land, quello di creare un’atmosfera sospesa tra un passato nostalgico e un presente tecnologico in cui, se non fosse per gli smartphone usati dai protagonisti già nelle prime scene, verrebbe spontaneo chiedersi in che epoca è ambientato il film.

Per riassumere, prendete una storia d’amore con colonna sonora e sorpresa nella trama, il tutto proiettato in una Hollywood assolutamente fashion e pervasa dal cliché dell’ambizione e non solo someone in the crowd, ma la folla intera sarà conquistata.

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