La banchina del ghiaccio

sogni di celluloide

Month: marzo 2017

Gimme Danger

Gimme Danger locandinaGimme Danger è il secondo film di Jim Jarmush a distanza di pochi mesi che ritorna sugli schermi per raccontarci la carriera Iggy Pop e compagni con un documentario essenziale per la storia del rock.

Un giovane Jim (il vero nome di Iggy è James Newell Osterberg Jr, come i fan ben sanno) vive alla periferia della città in una roulotte con i suoi e, come in ogni classica storia del rock, gli regalano uno strumento per il compleanno: una batteria. Tutto nasce da una batteria ingombrante in una roulotte minuscola. Iggy non ancora Iggy debutta con le band giovanili come batterista ed è pure bravino, ma poi, come dice lui, si stanca di vedere i soliti tre culi davanti a lui, e inizia un progetto con i fratelli Ashton  e Dave Alexander che darà vita agli Stooges.

Nel ‘67 anno degli scontri di Detroit,  si intrufolano in una casa abbandonata, Iggy prende alcune gocce di mescalina, una pala e inizia a ripulirla.

“Eravamo veri comunisti, pur non essendo politici, condividevamo cibo, stanze, soldi e tutto il resto. Facevamo una vita da comune e ognuno divideva quello che aveva.”

Così inizia la storia di una delle pietre miliari del rock and roll e della sua componente innovativa a cui tutta la generazione punk, ma non solo, (Kurt Cobain considerava Raw Power uno dei suoi album preferiti) ha reso omaggio.

LOS ANGELES – MAY 23: Iggy the Stooges (L-R Dave Alexander, Iggy Pop in front, Scott Asheton in back and Ron Asheton) pose for a portrait at Elektra Sound Recorders while making their second album ‘Fun House’ on May 23, 1970 in Los Angeles, California. (Photo by Ed Caraeff/Getty Images)

Nel 1973 con tre album all’attivo, gli Stooges ricevono solo tiepidi riscontri dalla critica e dalle case discografiche, nonostante Iggy sia diventato amico di Bowie prima della registrazione del terzo album.  Dovranno affrontare anni d’oblio, droga e morti premature, prima di riunirsi nel 2003 ed avere il successo planetario che si meritano.

Gimme Danger recensione

Il documentario adotta uno stile classico con interviste e filmati d’epoca, riuscendo a rimettere insieme un materiale visivo sparso nel tempo e nello spazio che rischiava di finire nel solito dimenticatoio. Jarmush però, inserisce poca estrosità nella narrazione, ricorrendo alle solite scritte sullo schermo che abbiamo già visto in Paterson e ad alcuni stratagemmi di montaggio da far invidia al programma televisivo Le Iene, ma riesce comunque a dipingere un ritratto reale di una band che è riuscita ad avere fortuna solo “da vecchia” e  della sua influenza musicale sui decenni successivi.

Gimme Danger film

Gimme Danger ci riporta alla realtà dell’unico sopravvissuto, Iggy, che quando intona No fun my babe no fun mi fa pensare tristemente che il divertimento è arrivato davvero in ritardo di trent’anni, facendomi venire in mente Sixto Rodriguez e la sua storia raccontata in Sugar Man.

Gimme Danger Iggy Pop

Un re allo sbando

Un re allo sbando locandina Presentato alla 73ª edizione del Festival del Cinema di Venezia, Un re allo sbando è una commedia con un umorismo tutto belga, anzi fiammingo per essere precisi, i valloni al contrario, avrebbero avuto quella scintilla latina molto più confusionaria e caciaronesca.

La trama è semplice ed ha tutti i presupposti per essere un film intrigante e ironico: Nicolas III (Peter Van den Begin), re del Belgio in visita ufficiale in Turchia, viene raggiunto dalla notizia che la regione  della Vallonia ha dichiarato l’indipendenza, motivazione: Siamo stufi.  Il povero sovrano vorrebbe tornare in patria per cercare di salvare il paese, ma un’inopportuna tempesta solare blocca la delegazione reale nella capitale turca. Il re, allora, propone un viaggio via terra attraverso i Balcani, cosa a cui si oppone il ristretto numero di collaboratori e le autorità locali, ma trova l’appoggio del regista “di corte” che vede nell’avventura una possibile opportunità di tornare sulla cresta dell’onda. La fuga ha inizio.

“I Balcani sono instabili” è il mantra ripetuto a re Nicolas per spaventarlo. L’instabilità fa paura all’occidente, un’instabilità fatta di feste paesane, curiosità  e storie non narrate, e il film li percorre in lungo e largo attraverso espedienti che sono piacevoli, ma che stentano a far ridere sul serio. Quello che ne viene fuori è un sorriso un po’ amaro e una sottile critica alla monarchia belga realizzata con raffinatezza, rovesciando le reali tensioni sociali che attraversano il piccolo stato europeo. (La maggioranza degli scissionisti in Belgio sono in realtà i fiamminghi che non hanno mai amato una monarchia quasi totalmente francofona).

Un re allo sbando recensione

Ma anche da un punto di vista umano si pongono delle domande: un sovrano costretto a fare il sovrano con tutte le solitudini che ne derivano dalla carica, può rappresentare una nazione?  È umanamente giusto?

Non lo sappiamo, perché quando il re sembra abbandonare emotivamente il suo titolo durante una riflessione notturna che potrebbe essere una splendida fine, si ritrova, dopo altre peripezie, ad agire come un re. Il re deve fare il re e questa è la sola realtà che conosce.

Un re allo sbando film

 

L’unica figura che vorrebbe essere fuori dagli schemi è il regista inglese al seguito della delegazione reale: Duncan Lloyd (Pieter van der Houwen).  Un personaggio smanettone ed intrallazzone che non si addice alla sua nazionalità e che nonostante il tentativo di renderlo alternativo, alla fine risulta fiammingamente ingessato anche lui.

Il film è in fin dei conti piacevole e con una bella fotografia e consiglio di guardarlo con una buona scorta di birra d’abbazia in frigo, sopra gli otto gradi le battute potrebbero far pure ridere.

Un re allo sbando mockumentary

Trainspotting 2

Trainspotting 2 locandinaTrainspotting 2. La storia riprende da dove l’abbiamo lasciata nel lontano ’97. Mark Renton è ancora ad Amsterdam  dove è fuggito con il malloppo e dove si è rifatto una vita lontano dall’eroina, mentre tutto il resto della truppa vivacchia ancora a Edimburgo:  Sick Boy (adesso si fa chiamare con il suo nome, Simon) ricatta uomini importanti con l’aiuto di una giovane prostituta, Spud ha smesso con la roba ma ha perso gli affetti più cari e Begbie è finito in carcere.

Mark torna in Scozia ed atterra in una Edimburgo moderna, turistica e multiculturale. Anche a lui non è andata bene, il dipartimento dove lavora sta chiudendo, sta divorziando e ha una vena artificiale che deve cambiare ogni trent’anni.

Il film parte lento per permettere ai personaggi di far pace con se stessi e con gli spettatori in una catarsi violenta e malinconica che li catapulterà in una nuova avventura: aprire una sauna/bordello in uno stabile abbandonato del porto. Inizia, così, la ricerca del denaro che si intreccia con la caccia paranoica di Begbie, fuggito di galera e intenzionato a farla pagare all’ex amico per la vecchia storia delle 16000 sterline.

Lo spirito nichilista di una generazione dei sobborghi di Edimburgo, città tutto sommato “posh” rispetto alla Glasgow operaia o la pericolosa Dundee, ritorna per riportarci ad una realtà fatta di personaggi sopravvissuti agli “scheme” britannici di case popolari dove l’unica fuga è lo sballo, e vent’anni dopo ci propina quello che i motivatori degli anni duemila non ci diranno mai:  nessuno è riuscito a farcela.

Trainspotting 2 recensione

Ispirato molto liberamente al romanzo Porno (di Irwine Welsh), Danny Boyle ebbe l’idea di un sequel fin dai tempi di Trainspotting, ma saggiamente ha atteso vent’anni per rendere il corso del tempo più reale sulle facce dei protagonisti e tirare fuori al meglio la loro parte narcisista.

Trainspotting 2 film

Si ride e si ricorda, qualcuno lo ha definito un film per quarantenni, e forse è vero, sono gli unici che hanno vissuto quei tempi e sono pressoché coetanei degli attori. Sono coloro che si ricordano e capiscono i tossicodipendenti eroinomani e inaffidabili: “Prima c’è l’occasione, poi il tradimento.”

E come reitera Sick Boy ancora pieno di odio verso Mark per la truffa: “Non vedo perché non avresti dovuto farlo, mi sarei stupito del contrario.”

Ma non è solo questo, la maturità non ha migliorato le loro condizioni sociali e le speranze rimangono sempre quelle di sbarcare in qualche modo il lunario, come vent’anni prima. E finalmente attacca Lust for Life.

Grizzly Man [W.Herzog (2005)]

Grizzly Man W.Herzog 2005

Ma si può? E che diamine! Metti che nasci in Florida, a 19 anni ti trasferisci a Los Angeles per fare l’attore (strano, non lo fa nessuno). Poi però il fatto d’essere arrivato secondo per una parte in una sit-com (CìN-CìN) a favore di Woody Harrelson,  ti provoca un trauma insanabile che ti lancia nella droga barra alcohol.

Woody Harrelson, vabbé, mica Pippo Franco. Uno che tutto sommato poi ha avuto una carriera piuttosto dignitosa. Dovresti sentirti quasi lusingato.

Poi a un certo punto vai in overdose e non si sa perché, uscito dal coma, senti il bisogno di diventare un orso. Hai letto bene: un orso.

E allora vai in Alaska e dai il tutto per tutto per la causa dei plantigradi: proteggere a costo della propria vita, quella degli orsi (purtroppo non è chiaro il passaggio che va dal letto d’ospedale alla tenda in Alaska accanto alla tana dei Grizzly).

Questa, in buona sostanza, la vita di Timothy TreadWell, detto Timmy.
Per carità, causa nobilissima quella dei plantigradi, ma c’è un piccolo particolare: il posto che ha scelto per condurre la sua battaglia è un’oasi incontaminata, area già ultraprotetta, dove una comunità di 3500 esemplari di grizzly, stipati come aringhe, prospera beatamente, senza che nessuno disturbi loro il karma. Cioè, non c’è altro essere vivente sul pianeta che se la passi bene come quei chiapponi pelosi di quell’isola, Kodiak mi pare si chiami, ma Timmy nonostante tutto sente l’urgenza di proteggerli.

Sarebbe come trasferirsi sul Gran Paradiso per difendere le marmotte, o volare in Jamaica per lottare contro il proibizionismo.
E poi Timmy si convince che ogni orso sia suo amico, mentre ogni tanto qualcuno di quei bestioni al massimo lo fissa con sguardo ottuso e continua a farsi i fatti propri senza calarselo minimamente. Emblematico quello che dice l’inuit intervistato: “Timothy Treadwell è un idiota sesquipedale, perché non gli si può fare servizio peggiore a quegli orsi, che abituarli alla presenza umana”.
Ecco, dopo 13 anni di barricate contro nessuno, un orso si rompe le scatole e se lo mangia, e di contorno si mangia la sua fidanzata.
Effetto? L’orso viene abbattuto.

Ottimo lavoro, Tim!
Se questo non è il genio del millennio…

Grizzly Man recensione
Per capire guesto film non bisogna concentrarsi sugli animali pelosoni. Né sui grizzly, né sulle volpine simpatiche. Gli animali non c’entrano, al posto degli orsi rognosi ci poteva essere qualunque altra cosa che ossessionasse il povero Tim, e la sostanza non cambiava. Questo è un film sulla paranoia, sulla pazzia, su come una mente debole finisca per rifugiarsi in mondi immaginari per reazione a traumi. Gli orsi sono l’equivalente dei libretti di preghiere dei fondamentalisti islamici/protestanti/cattolici o altre fisse più stilose di tanta altra gente.
Tim (pace all’anima sua), s’avvitava su se stesso. Degli orsi, come dimostrano alcuni intervistati, aveva capito molto poco, come forse io di questo film.
Sì, ci sono scenette ultramelense, con le volpi o i cuccioli d’orso, Ma questo è un horror!!! Come ha detto Enrico Ghezzi, questo è un Blair Witch Project fatto bene.
Quello che amo di Herzog, e di questo documentary, è proprio l’immagine che riesce a dare di una realtà popolata da BESTIACCE (“quello che vedo in questi sguardi d’orso non è altro che l’overwhelming indifference of nature…e il totalizzante, meccanico ed esclusivo bisogno di cibo”)…e questa pura verità vibra su una lunghezza d’onda talmente lirica, talmente poetica, da creare un contrasto che ferisce. Il povero timotyno treadwell , era il disadattato-modello di quest’epoca di mezzo, coi paraocchi,bipolare e sciocco. Eppure, a forza di vivere in quei paesaggi, alcuni grani di bellezza assoluta è riuscito davvero a filmarli.
Quando si fa un documentario montando del materiale d’archivio c’è bisogno di selezionare il materiale in modo che alla fine il montaggio abbia un senso. Ecco, Grizzly Man sembra completamente sceneggiato, anche se il tutto è accaduto realmente.
Finalmente, c’è da dire che siamo difronte a un, senza mezze misure,

C-A-P-O-L-A-V-O-R-O A-S-S-O-L-U-T-O.
Il più bel documentario che io abbia mai visto. Forse una delle tre migliori opere del gran poliedrico artista inqualificabile che è Werner Herzog. Non sembra nemmeno un documentario talmente è incredibile e drammatica la costruzione del racconto.
E’ un film degli anni zero, ma valeva la pena ricordarlo. Da vedere rigorosamente in Eng sub Ita.

Buona visione

La Felicità è un sistema complesso

La Felicità è un sistema complesso locandinaQuesto film parte dispari. Inizia con Mastandrea, schiacciato contro un muro, di notte, con una parrucca in testa, vestito anni ‘70. E non si capisce bene dove siamo, quando siamo, chi è quel tizio un po’ banale che lo aggancia in discoteca, e cosa sta a significare quella musica.

Poi piano piano la morsa si allenta, e si aprono alcuni sprazzi che lasciano intendere la trama. Ecco, una volta tanto un film che pretende dallo spettatore una certa attenzione.  Ma nonostante questo, tutto quanto rimane un pochino dispari, come l’ambientazione stessa: Trento. Trento? (Un giorno gli archeologi scopriranno che il cinema negli anni 10 del terzo millennio, veniva finanziato dalle giunte regionali).

Mastandrea è il solito bravo Mastandrea in questo ruolo donchisciottesco di “dissuasore per incapaci figli di papà indegni ereditieri del fottuto patrimonio imprenditoriale nazionale”, ricchi figli di ricchi, buoni solo “a organizzare tornei di Playstation e ingolfare Maserati”. La ragazza israeliana è un elemento destabilizzante ma anche se non c’era cambiava poco. E invece no, anche lei ha la sua funzione distopica, per come entra nella storia, e per come si inserisce nel mondo senza appigli del protagonista.

Filippo e Camilla , i due fratellini contro cui il protagonista va a sbattere, sono persone pure, ingenue, che sperimentano l’ampio spettro di reazioni che si subisce, quando la propria vita viene shakerata dalla morte.

La Felicità è un sistema complesso recensione

Film da vedere, puro cinema italiano sociale, anche se in veste techno jungle, si parla di società e  non ci si rifugia nelle storie/dramma ultra private/intime con gli attori che parlano sottovoce e c’hanno il viso ucciso e non si capisce icchè dicano. Qui si parla di un Paese che è una terra di mezzo sempre più prossima all’abisso, e della gente che ci vive sopra e si arrabatta.

Ma non c’è nessuna morale, o per lo meno non ce la vedo io.

Ennesimo esempio di una oramai sedimentata “sorrentinizzazione” del cinema italico, con fotografie curate, pochi spiegoni (menomale), e momenti catartici sottolineati da musiche elettro-pop: beh, poteva andarci peggio. In fondo anche i Litfiba in terremoto suonavano un po’ in stile Nirvana.

Un motivo per vederlo: Battiston tutto azzimato ed elegante con gli occhi azzurri

Un motivo per non vederlo: Nessuno, a meno che si disprezzino alacremente le canzoni dei Cani

Animali Notturni

Animali Notturni recensioneANIMALI NOTTURNI del neo-mammo Tom Ford inizia con delle anziane obese piuttosto deformi che ballano nude in pieno stile majorette.

Ma il weird finisce subito, ed è subito fashion, ed è subito alto-borghesia in sofferenza.
“Credimi, il nostro mondo è molto meno doloroso del mondo reale” sostiene uno dei personaggi, ed è attorno a questa disillusione che gira la storia.

Jake Gillenall non sembra abbastanza “stiloso” per un film di Tom Ford, difatti fa la parte del pulcino bagnato, il morto di fame che ha bisogno dei ricchi. Lei invece, Amy, è ricca ma tradita sistematicamente dal marito, ma quello sarebbe anche il meno: la verità è che è soprattutto infelice.

Il mondo là fuori forse è brutto e sgraziato, ma fottutamente vivo rispetto alle superfici laccate e le facce tirate del proprio sottomondo.

Animali Notturni film
Il suo ex, aspirante scrittore, che lei 20 anni prima ha lasciato perché troppo sfigato, invia il manoscritto del suo primo romanzo, dedicato a lei, e annuncia che dopo pochi giorni sarà a New York.
E qui comincia la meta-storia in cui ci si immedesima nel romanzo , un thriller on the road alla The hitcher, in un certo senso quello che succede in una dimensione è un’allegoria della loro storia defunta decenni prima…e poi basta……. guardatelo.
Avevo deciso di vederlo perché con l’ultimo film, Tom Ford e i suoi Fox Terrier a pelo corto, ci aveva ammaliato tutti (http://tinyurl.com/zogyshf ).

Anche questo è un film forse disinnescato, ma godibilissimo.

Manchester by the Sea

C’era qualcosa che non capivo mentre guardavo Manchester by the Sea, qualcosa nell’effetto che mi faceva o meglio che non mi faceva. Poi è arrivato il momento in cui Lee (Kasey Affleck) e il nipote Patrick (Lucas Hedges, nomination per l’Oscar come miglior attore non protagonista) camminano per strada di ritorno dal funerale di Joe (Kyle Chandler). Qui, con l’andatura sgualcita e attentissimi a fingersi distratti mentre in realtà sciolgono i nodi psicologici di tutto il film, i due personaggi rivelano tutta la poetica di Manchester by the Sea. Ecco perché si fatica un po’ a calarsi nella pellicola di Kenneth Lonergan: perché offre un’introspezione tutta al maschile, fatta di ritmi lenti, di implosioni poco eclatanti, di tormenti che bruciano sotto la pelle male anestetizzati da un po’ di birra e due cazzotti. E l’equazione torna se si pensa che l’interpretazione femminile di Michelle Williams, tanto osannata dalla critica e valsa la candidatura agli Oscar, trova lo spazio di pochissimi minuti e si riduce di fatto al pianto disperato che anche chi non ha visto il film può vedere in varie clip in circolazione. Tradotto: le donne che piangono sono molto più facili da raccontare, per le lacrime degli uomini due ore e un quarto di film sono a mala pena sufficienti.

 

 

L’interpretazione psicologica del ritmo del film non è affatto azzardata: il regista e sceneggiatore Kenneth Lonergan è figlio di due psicanalisti, e lui stesso ha rivelato in varie interviste di aver tratto molta ispirazione dalle storie sui pazienti che sentiva raccontare in casa . L’attenzione scientifica alla costruzione dei caratteri non frena in nessun modo la tensione che è molto ben dosata, sempre se prendiamo in considerazione una metrica tutta maschile. La curiosità viene alimentata con dosi piccole ma che provocano una penetrazione irreversibile dello spettatore nella vicenda.

Lee, un uomo solitario che vive lavorando come manutentore di alcuni condomini a Boston, torna a Manchester-by-the-Sea, sua città natale, a causa di un malore del fratello malato di cuore che muore prima del suo arrivo. Poche ore dopo Lee scopre di essere stato designato come tutore legale del nipote Patrick. Da qui veniamo accompagnati a scoprire il passato che tormenta questa famiglia. Sappiamo che c’è una ” brutta storia” che li riguarda, ci sono due famiglie andate in frantumi e non sappiamo perché, ci sono personaggi del passato spariti dalla vita dei protagonisti: un mosaico che viene ricostruito tassello per tassello, girando attorno al perso centrale costituito dal rapporto zio/nipote, come se i due fossero davvero obbligati dalla vita a imparare insieme a ”leggere una mappa”.

Anche il percorso di questo film ha seguito una mappa tortuosa. Il soggetto originale è nato nel 2011 e da un’idea dell’attore John Krasinski e Matt Damon, produttore del film. Originariamente quest’ultimo doveva essere regista e protagonista. I due ne parlarono a Kenneth Lonergan, ma tra varie e sfortunate vicissitudini lo script vide la luce solo nel 2014. In quegli anni Lonergan era più conosciuto come sceneggiatore (Terapia e pallottole e Gangs of New York) che come regista, e stava combattendo una battaglia legale per il suo secondo lungometraggio dietro la camera da presa, Margaret, girato nel 2005 e uscito solo nel 2011. Il progetto di Manchester by the Sea gli era stato proposto proprio per uscire dalla crisi professionale e, in effetti, è valsa la pena dell’attesa. Lonergan (che per soddisfare la vostra curiosità è il passante che per strada critica lo stile educativo di Lee) si è appena portato a casa il meritato Oscar per la miglior sceneggiatura originale, e Kasey Affleck quello di Miglior Attore Protagonista (che potrà sfoggiare in una bella vetrinetta insieme al Golden Globe e al BAFTA), oltre a un altro centinaio di premi in giro per il mondo, di cui molti al ventenne Lucas Hedges che interpreta Patrick.

Uno dei successi dell’anno da vedere assolutamente, consigliato soprattutto alle donne più attente.

I protagonisti insieme a Kenneth Lonergan