La banchina del ghiaccio

sogni di celluloide

Month: maggio 2017

Scappa: Get Out

scappa get out Ebbene sì, sono andata a vedere Get Out: Scappa, un film che per come viene presentato in Italia non si capisce bene quanto sia ”da maschi”, da ragazzini, o da amanti dell’horror, e io non solo non rientro in nessuna delle categorie, ma come una bambina non dormo dopo i film paurosi. In questo caso, però, ho dormito benissimo.

Scappa: Get Out inizia con il rapimento di un uomo di colore, di cui poi non sappiamo più niente per un bel po’ , per poi trasportarci nella bellissima casa di Chris (Daniel Kaluuya) che sta per partire con la fidanzata Rose (Allison Armitage) per un week-end dai suoceri alla Indovina chi viene a cena. Lei infatti è talmente perfetta e innamorata che non ha ritenuto necessario avvertire i genitori del fatto che il fidanzato è di colore, e questo dettaglio preoccupa lui molto più di quanto il primo soggiorno dai suoceri preoccuperebbe chiunque. E soprattutto non sa che sta per avere dei grattacapi molto più seri di quello che crede, anche se inizia ad avere qualche dubbio quando scopre che la suocera è un’ipnotizzatrice professionista. Senza spoilerare cosa succede all’arrivo nella magione della bella famigliola, posso solo dire che la morale è facilmente estrapolabile: mai fidarsi della fidanzatina perfetta. Della suocera non fidarsi a prescindere, specialmente se ha in mano un cucchiaino.

L’idea di Scappa: Get Out è nata nella mente dell’autore e regista Jordan Peele all’inizio della presidenza Obama, quando per il ruolo di protagonista aveva pensato a Eddie Murphy, che poi è stato ritenuto un po’ troppo maturo per la parte. Con i cambiamenti sulla scena politica americana e il riaccendersi del tema del razzismo, l’idea si è concretizzata nel giro di pochissimi mesi e con un budget bassissimo, tanto che la troupe non si è potuta nemmeno permettere di girare a Los Angeles ma per motivi fiscali si è dovuta trasferire in Alabama.

 

Scappa Get Out Movie

 

Scappa: Get Out non è un film per il pubblico italiano. Lo si capisce già dal fatto che il traduttore ha pensato bene di offrire un titolo bilingue, così, giusto per assecondare la proverbiale pigrizia degli italiani con le lingue straniere.  Il contesto culturale è completamente americano e lo spettatore italiano fatica a percepire quelle sfumature e quel modo di raccontare senza prendersi troppi rischi, che negli States sono valse un discreto successo a questa pellicola low cost. Continuerò ad essere puntigliosa, giusto per il gusto di rassettare un po’ un ambiente che tende più al maschile: Scappa: Get Out non è propriamente un horror, anzi di spaventoso non ha niente e a noi italiani che non abbiamo impresso nell’ immaginario collettivo il contrasto  bianco/nero, rischia di apparire più sotto la veste di una commedia dai risvolti splatter, mentre invece si tratta di una metafora tutta a stelle e strisce di un tema fortemente tornato alla ribalta di là dall’oceano.

 

recensione di scappa get out

 

Eppure c’è qualcosa di deliziosamente perfetto nello svolgersi della vicenda in cui i tempi da horror classico sono rispettati e in cui tutto torna in maniera quasi puntigliosa, senza sbavature né errori colossali da horror low cost. L’assurdità della trama è tenuta insieme da un’impalcatura così solida e lineare  da coinvolgere fino all’ultimo, per un finale che nell’idea originaria doveva essere molto più polemico di quello che poi è stato scelto. Peele voleva infatti farci presagire che i buoni, se neri, non possono permettersi neanche il ruolo dei buoni, ma poi ha optato per l’happy ending (almeno per tutti quelli che nel frattempo non sono stati fatti a brandelli).

 

Alien Covenant – Ridley Scott

Alien Covenant locandina

Con il capìno cosparso di cenere mi ritrovo a parlare bene di ALIEN COVENANT.
Chi scrive, ai tempi, disintegrò PROMETHEUS, ne sparse i brandelli ai quattro angoli del Regno, e continuò con la damnatio memoriæ per un paio d’annetti, esigendo le interiora dell’autore Damon Lindeloff, preso da Lost ancora strafatto di noce moscata.
Le condizioni erano perfette affinché Scott, vecchio bacucco rigovernato “che se lo lasci da solo, è capace di mangiarsi una saponetta”, annichilisse definitivamente la saga di ALIEN, una saga che ha cambiato l’immaginario di un paio di generazioni.

E invece.
Il film comincia subito contropiede. Ti aspettavi qualche astronave con la mappa stellare e invece no, ti rendi immediatamente conto della grandezza del pubblicitario/ creatore di Mondi Ridley Scott: le prime sequenze sprigionano eleganza, stile e fascino da ogni superficie, dentro ogni pixel. Un paesaggio islandese, la poltrona-trono Carlo Bugatti, una natività di Piero della Francesca, manca solo il bicchiere Arnolfo di Cambio di Blade Runner (probabilmente è rimasto negli scatoloni). Ad ogni modo si rimane intontiti e si principia a fare la fusa.

Alien Covenant recensione

Poi d’improvviso un’altra iniezione d’ottimismo: il film non è manco cominciato, e James Franco è già morto (mi si perdoni lo spoiler, ma è uno spoiler del tutto ininfluente). E comincia l’attesa, l’attesa dell’orrore, dell’alieno, lo xenomorfo coi suoi due stadi di sviluppo, gli schizzi di sangue acido, le discese ardite e le risalite. Del resto quel diavolaccio di Ridley l’aveva detto nelle interviste: “Preparatevi all’orrore, stavolta ho voluto farvi soprattutto paura”.
Maledetto depistatore. Perché il plot vira su qualcosa di imprevisto: Scott l’aveva capito fin dal 1979 che l’androide emancipato fa paura tanto quanto l’alieno. E forse di più.

Ed infatti qui l’orrore è soprattutto umano, anzi umanoide.
Certo, le carni si lacerano e le bestie immonde aprono gabbie toraciche anche qui, ma chi tiene le fila è Fassbender sdoppiato, qui in una performance cinebrivido da ricordare.
C’è chi ha scritto che il film è troppo vincolato alla continuità con Prometheus, ma si badi bene:  la continuità è lapalissiana, ma non solo non pesa affatto, anzi, si è riusciti nel miracolo di riabilitare e valorizzare un film nulla di che. Prometheus, con Covenant, si completa e assume nuovi significati.
Da dove veniamo? Chi ci ha creato? Perché siamo al mondo? C’hai mica da accende?

Alien Covenant Ridley Scott

Queste le domande fondamentali dell’Uomo. Che cos’erano gli omoni blu? Che cosa erano tutte quelle bestiacce podaliche di Prometheus, e che fine hanno fatto gli Alien di Rambaldi col capìno lucido, che in tanti abbiamo intravisto nelle nostre notti insonni anni 80?
Beh, il film spiega tutto o quasi, mantenendo una tensione favolosa, e infilando citazioni ovunque, da Wagner, a Byron a Percy Bysshe Shelley a Country Roads di John Denver (“Non scherzo mai su John Denver”). Per non parlare di dove David ha sepolto Noomi Rapace.

Un ultimo plauso al colpo di scena finale, degno d’un maestro del cinema ultra rodato. Un colpo di scena talmente lento e telefonato, che alla fine lo spettatore abbassa la guardia e lo esclude. E a quel punto che viene fregato. Un po’ come quando si gioca a ping-pong con uno talmente scarso, con lanci “rimbalzoni” e dispari, che alla fine ti fa quasi il culo.

East End

East End locandinaCosa hanno a in comune la CIA, il derby Roma-Lazio, una degradata periferia, l’ex presidente degli Stati Uniti Obama, Papa Francesco e Ratzinger, Roberto Saviano e Giorgio Napolitano? Probabilmente niente, ma sono tutti stati egregiamente ritratti in East End, il nuovo film d’animazione italiano nelle sale in questi giorni, frutto del genio artistico di Skanf e Puccio e dell’agenzia di animazione indipendente Canecane.

Tutto ruota intorno al derby Roma-Lazio, a un satellite USA dirottato e alle peripezie di Leo, Lex & Co, giovani abitanti della Bertozzi Tower, un condominio della periferia est di Roma costruito dal palazzinaro/speculatore edilizio Bertozzi poi fuggito all’estero con il malloppo.

La trama, che all’apparenza sembra semplice e scontata, è in realtà articolata e arzigogolata, con personaggi ben delineati, gag, trovate esilaranti, sarcastiche e mai scontate, e con un ritmo incalzante che non lascia mai lo spettatore senza una battuta.

East End film

Cattivo al punto giusto e con uno sguardo attento alla società contemporanea, il film è costellato di espedienti spassosi: cani guida per non vedenti accecati, cacche tirate in faccia, un Federico Moccia sgrammaticato e senza scrupoli. Insomma, ce n’è per tutti, o almeno per tutti coloro che se lo meritano. Ma non vediamo solo pura cattiveria, c’è ironia, sarcasmo e presa in giro degli usi e (mal)costumi italiani, dai grandi scandali nazionali alla quotidianità, mettendo in evidenza comportamenti simpsoniani che ritroviamo veramente nella realtà di tutti i giorni. Basti guardare la scena in cui la madre di Lex, donna remissiva e sottomessa, una volta al volante della sua auto, diventa aggressiva e intollerante. E alla fine la colpa è sempre di qualcun altro, specie se diverso.

East End recensione

Gli ideatori e disegnatori, alias Luca Scanferia e Giuseppe Squillaci, hanno coraggiosamente realizzato un film che è riuscito a perforare lo strato di mediocrità e moralismo,  ormai le prerogative essenziali per arrivare sul grande schermo, e ben venga che si siano ispirati a South Park,  I Griffin o I Simpson, senza dover per forza catalogare East End come il South Park italiano, perché l’ispirazione non può essere trasformata in etichetta o casella come fanno i critici cinematografici.

East End animazione

East End DEVE essere visto per il solo fatto di poter ammirare un favoloso film d’animazione made in Italy (sfortunatamente quasi un ossimoro), e gustarsi una Roma a cartoni animati che dopo il successo di Lo chiamavano Jeeg Robot, sembra proprio che stia diventando di nuovo Roma Caput Mundi, ma questa volta del mondo di celluloide e di fantasia.

East End Roma

Planetarium

locandina planetarium film

Venga signora, si fidi di me. Non si aspetti nulla, speri tutto”. Nella seduta spiritica con cui le sorelle Barlow esordiscono con il loro inquietante show a Parigi, Laura (Natalie Portman) invita così la sua vittima tra il pubblico a fare una chiacchieratina con il caro estinto, grazie alle soprannaturali doti di Kate (Lily-Rose Depp, sì, quel papà Depp lì). E io confesso che presa dall’entusiasmo per Jackie, qualcosa mi aspettavo dal nuovo film con la neo mamma Portman, perché nonostante le critiche affatto entusiaste qualcosa doveva pur imprimersi sulla pellicola, grazie all’intrigante tema dello spiritismo, alla Parigi anni ’30 e al cast niente male… ma in questo film, j’en suis désolée, l’unico fantasma è il plot, che è del genere deforme e trasformista (e da qui spoilero spaventosamente).

natalie portman e emmanuel salinger

 

Nei primi minuti del film si viene sinistramente attirati dallo specchietto del paranormale, e per un bel pezzo ci si aspetta che la vicenda giri attorno alla domanda: ci sono (i fantasmi) o ci fanno (le sorelle)? Poi tutto scivola in un’inaspettata autocelebrazione del cinema e del mestiere di attore, mestiere in cui viene catapultata la sorella grande Laura a cui viene proposto di recitare la parte di una medium alle prese con un triangolo amoroso (in cui il terzo incomodo è, manco a dirlo, un fantasma, e l’attore collega è il fascinoso – almeno quello – Louis Garrel).

Da questa avventura cinematografica nasce il rapporto delle due con il produttore André Korben (Emmanuel Salinger), che non si capisce bene di quale delle due si sia innamorato e per non sbagliarsi se le mette in casa entrambe, in modo da poter anche approfittare delle effettive doti da… medium della minore. E qui allora si spera che la svolta sia data da qualche rivelazione da parte dei suoi fantasmi: peccato che un fantasma è di certo il padre, che appare in un insight delle sue visioni che si rivela un inutile cul de sac, e l’altro non si capisce bene chi sia, ma sta di fatto che le sedute diventano rumorosamente erotiche. Ma niente, nemmeno la svolta a luci rosse prende il via.

lily-rose depp planetarium

Allora ci si prova con qualche sfumatura storica che riguarda le origini mal celate del tormentato produttore (non) francese, ma anche qui finisce male, così male, che lui lo mettono in prigione e lì lo lasciamo per sempre. Mentre nel frattempo, per non annoiarci, spunta anche il dottore che diagnostica una malattia incurabile e letale. Per non dimenticare il finale in cui viene scomodata anche l’ignara Rossella O’Hara.

Io però lo sforzo di trovare qualcosa di veramente positivo lo voglio fare: per il pubblico maschile, la Portman regala un nudo senza controfigura del suo fondo schiena; per i linguisti, vi potete guardare la versione originale in cui si passa dall’inglese al francese permettendovi di fare almeno molto esercizio. Sennò c’è l’unica citazione degna di nota: ”Per questo si recita. Perché avremmo voluto vivere alcune cose più intensamente e non lo abbiamo fatto. Così rimpiangiamo e facciamo dei film. Oppure facciamo dei film che poi rimpiangiamo…

natalie portman nuda

Ecco ho spoilerato anche questo…