Alien Covenant locandina

Con il capìno cosparso di cenere mi ritrovo a parlare bene di ALIEN COVENANT.
Chi scrive, ai tempi, disintegrò PROMETHEUS, ne sparse i brandelli ai quattro angoli del Regno, e continuò con la damnatio memoriæ per un paio d’annetti, esigendo le interiora dell’autore Damon Lindeloff, preso da Lost ancora strafatto di noce moscata.
Le condizioni erano perfette affinché Scott, vecchio bacucco rigovernato “che se lo lasci da solo, è capace di mangiarsi una saponetta”, annichilisse definitivamente la saga di ALIEN, una saga che ha cambiato l’immaginario di un paio di generazioni.

E invece.
Il film comincia subito contropiede. Ti aspettavi qualche astronave con la mappa stellare e invece no, ti rendi immediatamente conto della grandezza del pubblicitario/ creatore di Mondi Ridley Scott: le prime sequenze sprigionano eleganza, stile e fascino da ogni superficie, dentro ogni pixel. Un paesaggio islandese, la poltrona-trono Carlo Bugatti, una natività di Piero della Francesca, manca solo il bicchiere Arnolfo di Cambio di Blade Runner (probabilmente è rimasto negli scatoloni). Ad ogni modo si rimane intontiti e si principia a fare la fusa.

Alien Covenant recensione

Poi d’improvviso un’altra iniezione d’ottimismo: il film non è manco cominciato, e James Franco è già morto (mi si perdoni lo spoiler, ma è uno spoiler del tutto ininfluente). E comincia l’attesa, l’attesa dell’orrore, dell’alieno, lo xenomorfo coi suoi due stadi di sviluppo, gli schizzi di sangue acido, le discese ardite e le risalite. Del resto quel diavolaccio di Ridley l’aveva detto nelle interviste: “Preparatevi all’orrore, stavolta ho voluto farvi soprattutto paura”.
Maledetto depistatore. Perché il plot vira su qualcosa di imprevisto: Scott l’aveva capito fin dal 1979 che l’androide emancipato fa paura tanto quanto l’alieno. E forse di più.

Ed infatti qui l’orrore è soprattutto umano, anzi umanoide.
Certo, le carni si lacerano e le bestie immonde aprono gabbie toraciche anche qui, ma chi tiene le fila è Fassbender sdoppiato, qui in una performance cinebrivido da ricordare.
C’è chi ha scritto che il film è troppo vincolato alla continuità con Prometheus, ma si badi bene:  la continuità è lapalissiana, ma non solo non pesa affatto, anzi, si è riusciti nel miracolo di riabilitare e valorizzare un film nulla di che. Prometheus, con Covenant, si completa e assume nuovi significati.
Da dove veniamo? Chi ci ha creato? Perché siamo al mondo? C’hai mica da accende?

Alien Covenant Ridley Scott

Queste le domande fondamentali dell’Uomo. Che cos’erano gli omoni blu? Che cosa erano tutte quelle bestiacce podaliche di Prometheus, e che fine hanno fatto gli Alien di Rambaldi col capìno lucido, che in tanti abbiamo intravisto nelle nostre notti insonni anni 80?
Beh, il film spiega tutto o quasi, mantenendo una tensione favolosa, e infilando citazioni ovunque, da Wagner, a Byron a Percy Bysshe Shelley a Country Roads di John Denver (“Non scherzo mai su John Denver”). Per non parlare di dove David ha sepolto Noomi Rapace.

Un ultimo plauso al colpo di scena finale, degno d’un maestro del cinema ultra rodato. Un colpo di scena talmente lento e telefonato, che alla fine lo spettatore abbassa la guardia e lo esclude. E a quel punto che viene fregato. Un po’ come quando si gioca a ping-pong con uno talmente scarso, con lanci “rimbalzoni” e dispari, che alla fine ti fa quasi il culo.