La banchina del ghiaccio

sogni di celluloide

Month: giugno 2017

Unlearning

Cosa succede se una famiglia decide di partire per sei mesi lasciando tutto e vivere con il minimo indispensabile? Unlearning – disimparando, ovvero disimparare a vivere come siamo sempre stati abituati, e come dice il sottotitolo, fare un viaggio fuori dalla zona di comfort.

Tutto inizia con un pollo a quattro zampe. Esatto, avete capito bene, quella razza di pollo che vive nelle vaschette del supermercato e che  fa nascere l’ispirazione per un viaggio letteralmente ai confini del matrix.

Dopo aver sbrigato le faccende amministrative e organizzative, Lucio, Anna e la piccola Gaia partono per questo giro d’Italia alternativo, vivendo di passaggi e di scambio lavoro-ospitalità.

La famigliola saltella da un posto all’altro, da una comunità all’altra, da una famiglia all’altra, il tutto per filmare gente che vive in modo diverso dal modello sociale canonico. I personaggi abbondano, com’era prevedibile, e come era nella speranza del regista (Lucio stesso), suppongo.

In una società molto inclusiva come la nostra, dove sembra impossibile non farne parte, scopriamo, invece, che esistono diversi esempi di vita alternativa e quello che stupisce e fa pensare è che coloro che hanno fatto questa scelta sono in tanti, e non ci sono solo eco villaggi ed elfi post hippy, ma anche semplici famiglie che hanno venduto tutto per andare a fare il latte in una baita lontano dai clamori della città ormai invivibile.

Chi ha ragione e chi no? La nostra società sta crollando da un punto di vista umano per cui qualcuno cerca la fuga oppure coloro che si sforzano di vivere un’esistenza non allineata sono solo degli utopisti senza speranza?  Non lo sappiamo, il documentario non ci dà risposte, come è giusto che sia, si limita a documentare, ma forse le parole spontanee della piccola Gaia, nel suo desiderio di casa ideale, racchiudono il significato di tutto questo cercare: abbiamo semplicemente perso il contatto con la natura ed è quello che ci manca oggi più di ogni altra filosofia o ideologia.

Girato con la telecamera a mano e autofinanziato, è un bello specchio della realtà che ci circonda e di cui siamo completamente ignari perché nel nostro sistema il diverso fa paura e preferiamo etichettarlo piuttosto che provare a capirlo.

Cresceranno i carciofi a Mimongo

Cresceranno i carciofi a Mimongo locandina

Per qualche ragione Cresceranno i carciofi a Mimongo mi ronzava nella testa da qualche giorno, e allora vado a casa, inserisco il vecchio DVD comprato in chissà quale mercatino e premo PLAY.

Riconosco immediatamente la voce fuori campo di Chiambretti: è Ermanno Lopez, autore del libro Manuale per Cercare Lavoro  che guida il protagonista alla ricerca del tanto agognato posto di lavoro.

Ma andiamo con ordine e bando alla nostalgia. La storia è semplice: Sergio (Daniele Liotti) si è appena laureato in agraria ed è intenzionato a trovare un‘occupazione a tutti i costi. Per riuscire nel suo colossale intento, acquista  il famigerato manuale di Ermanno Lopez e ne segue alla lettera i consigli.

Sergio condivide l’appartamento con Enzo (Valerio Mastandrea) che, al contrario, non è per niente intenzionato a scendere in quel mondo pericolosissimo. “Una generazione si fa il culo e la successiva se la gode” ed Enzo chiaramente fa parte della generazione che se la gode (soprattutto dei favori femminili).

Cresceranno i carciofi a Mimongo recensione

Il film si snoda seguendo Sergio nella sua ricerca del lavoro attraverso i capitoli del libro di Lopez con personaggi che appaiono e scompaiono come entità piuttosto volatili, fatta eccezione per l’ex fidanzata Rita (Francesca Schiavo). Ed ecco la parte romantica. Sergio è ancora innamorato di lei, ma lei si sta per sposare con un altro. Un classico. Eppure funziona. Funziona perché sembra proprio andare così: Sergio è l’eterno rifiutato che anche quando è lì lì per farcela, alla fine riesce sempre a fallire.

Riguardando Cresceranno i carciofi a Mimongo al giorno d’oggi e  mettendo da parte la malinconia legittima per la fila alla cabina telefonica (chi non ha mai chiamato una fidanzata/o dalla cabina per non farsi ascoltare dai genitori), la pellicola, nella sua semplicità, è stranamente accattivante. Riflette uno specchio degli anni ’90 dove, nonostante l’emancipazione, Rita si sposa con un altro perché “tu non me l’hai mai chiesto”, e questo la dice lunga sui costumi dell’epoca ancora saldamente legati alla tradizione.

Cresceranno i carciofi a Mimongo Mastandrea Liotti

Il film fu l’opera prima di Fulvio Ottaiano che riuscì ad aggiudicarsi anche un David di Donatello (miglior regista esordiente 1997) e all’epoca divenne un caso mediatico.

Il bianco e nero, che fu scelto per dare un tocco retrò  o per mancanza di budget, si adatta incredibilmente bene a quel periodo e ce lo fa apparire ancora più lontano, nonostante la Generazione X ancora se lo senta addosso con lo stesso attaccamento che aveva per la magliettina dei Nirvana. Per questo Cresceranno i carciofi a Mimongo risulta più bello adesso di allora, perché la nostalgia fa sembrare il passato sempre migliore del presente.

L’altro volto della speranza

L’altro volto della speranza arriva a Berlino e, senza passare dal via, si accaparra un Orso d’argento per la regia (secondo gli addetti ai lavori, avrebbe meritato pure l’Orso d’oro). Il regista finlandese Aki Kaurismäki gongola, e fa bene, perché il film, se guardato senza farsi prendere dal Disturbo Compulsivo Ossessivo di dover per forza far cadere l’occhio sul cellulare per riempire i vuoti tra i dialoghi, ti prende per mano e ti accompagna in un viaggio dal volto umano nella grigia e onirica periferia di Helsinki.

Il destino fa incontrare il giovane Khaled, in fuga dalla Siria e sbarcato in Finlandia nascosto in un carico di carbone, con Waldemar Wikstrom un attempato venditore di camicie. L’incontro-scontro è alquanto violento (violento secondo i canoni di Kaurismäki: solo due cazzotti, e quando dico due, sono veramente uno e due) e Khaled finisce per venire accolto proprio da Wikstrom che lo impiega clandestinamente nel suo ristorante e lo lascia dormire nel vecchio magazzino di camicie.

Anche Wikstrom è in un certo senso in fuga, ha lasciato la compagna alcolizzata e ha investito tutti i suoi risparmi per comprare un ristorante che potrebbe far concorrenza alle taverne “scrause” anni ’70 di Marina di Bibbona, arredate con un guazzabuglio di suppellettili kitsch e feticci d’ogni genere, e dove l’unica cosa che va è la birra.

L’altro volto della speranza è un film di un’umanità primordiale in cui aiutare il prossimo diventa la cosa più naturale. L’ironia ben dosata insieme ai dialoghi minimalisti aiutano a percorrere il tema dei rifugiati e dell’immigrazione senza la retorica da dibattito televisivo e senza voler commuovere ad ogni costo lo spettatore ormai saturo di contenuti strappalacrime.

Non a caso, si ritrovano le atmosfere de L’uomo senza passato, dove forse l’ironia è più sagace, ma i temi sono gli stessi cari al regista: la vita dei reietti, degli ultimi, dei barboni e di tutti gli altri sinonimi con cui si definisce chi non si è conformato alla società odierna.

In questo circo di periferia, in cui non si vede mai un bell’edificio, un blues rock malinconico finlandese accompagna la pellicola, come per ricordarci, con tristezza, che la legalità non sempre è al servizio dell’umanità.

Gold-La grande truffa

Gold-La grande truffa LocandinaVado a vedere Gold-La grande truffa un po’ controvoglia, tutte le premesse, compresa la locandina, mi riportano a The Wolf of Wall Street, e mi aspetto festini, donnine e droga party,  ma al contrario, mi ritrovo a guardare una storia in cui il nostro eroe è felicemente sposato e felicemente alcolizzato.

Un Matthew McConaughy sovrappeso è Kenny Wells, capo di una società mineraria dal passato luccicante, ma colpito duro dalla grande crisi economica degli anni ’80. Il suo sogno è il sogno dei vecchi pionieri americani: trovare l’oro e diventare ricco. Niente di più difficile, direi, specialmente all’alba del terzo millennio.

In questa sua sfrenata ricerca del glorificato metallo prezioso, Kenny investe la propria vita, i suoi averi, mette a rischio gli affetti e pure la pazienza dello spettatore, a cui, sotto sotto, inizia a venir voglia di gufare e sperare che non trovi neanche una pepita.

Quando sembra che il gufaggio funzioni, ecco che trova il filone. Un dispiacere dopo un altro, mi viene da pensare. E invece no, è proprio qui che il film prende il ritmo giusto. Dopo il confronto con le banche e le società per azioni, i ruoli si ribaltano e inizio gradualmente a tifare per Wells e per il suo taciturno compare Micheal Acosta (Edgar Ramirez), geologo di fama internazionale che si è fatto affascinare dal sogno di McConaughy.

Gold-La grande truffa

Quello che sembrava una dichiarazione d’amore per il sogno americano diventa, al contrario, una sottile critica al sistema dove anche la borsa è descritta come una grande agenzia di scommesse, e da cui la SNAI avrebbe molto da imparare.

Matthew McConaughy, ormai uomo mongolfiera, (si gonfia e si sgonfia a secondo dei ruoli con una facilità invidiata dal club del mantice) offre un’interpretazione esemplare per il suo personaggio, mentre Ramirez tiene quella specie di broncio tutto il tempo come se si sentisse in colpa di essere stato scelto. Il divario recitativo dei due, che inizialmente mette un po’ a disagio, ha però una sua logica e, anche se un po’ troppo stereotipato, funziona bene.

Gold-La grande truffa

Insomma, un film che è guardabile e, a suo modo, ha un’etica: l’etica del denaro. E se vogliamo capire l’avidità umana non resta che ascoltare le parole di Kenny Wells di fronte all’FBI. Una descrizione così illuminate e disarmante che viene quasi voglia di dargli ragione.

Gold-La grande truffa