L’altro volto della speranza arriva a Berlino e, senza passare dal via, si accaparra un Orso d’argento per la regia (secondo gli addetti ai lavori, avrebbe meritato pure l’Orso d’oro). Il regista finlandese Aki Kaurismäki gongola, e fa bene, perché il film, se guardato senza farsi prendere dal Disturbo Compulsivo Ossessivo di dover per forza far cadere l’occhio sul cellulare per riempire i vuoti tra i dialoghi, ti prende per mano e ti accompagna in un viaggio dal volto umano nella grigia e onirica periferia di Helsinki.

Il destino fa incontrare il giovane Khaled, in fuga dalla Siria e sbarcato in Finlandia nascosto in un carico di carbone, con Waldemar Wikstrom un attempato venditore di camicie. L’incontro-scontro è alquanto violento (violento secondo i canoni di Kaurismäki: solo due cazzotti, e quando dico due, sono veramente uno e due) e Khaled finisce per venire accolto proprio da Wikstrom che lo impiega clandestinamente nel suo ristorante e lo lascia dormire nel vecchio magazzino di camicie.

Anche Wikstrom è in un certo senso in fuga, ha lasciato la compagna alcolizzata e ha investito tutti i suoi risparmi per comprare un ristorante che potrebbe far concorrenza alle taverne “scrause” anni ’70 di Marina di Bibbona, arredate con un guazzabuglio di suppellettili kitsch e feticci d’ogni genere, e dove l’unica cosa che va è la birra.

L’altro volto della speranza è un film di un’umanità primordiale in cui aiutare il prossimo diventa la cosa più naturale. L’ironia ben dosata insieme ai dialoghi minimalisti aiutano a percorrere il tema dei rifugiati e dell’immigrazione senza la retorica da dibattito televisivo e senza voler commuovere ad ogni costo lo spettatore ormai saturo di contenuti strappalacrime.

Non a caso, si ritrovano le atmosfere de L’uomo senza passato, dove forse l’ironia è più sagace, ma i temi sono gli stessi cari al regista: la vita dei reietti, degli ultimi, dei barboni e di tutti gli altri sinonimi con cui si definisce chi non si è conformato alla società odierna.

In questo circo di periferia, in cui non si vede mai un bell’edificio, un blues rock malinconico finlandese accompagna la pellicola, come per ricordarci, con tristezza, che la legalità non sempre è al servizio dell’umanità.