La banchina del ghiaccio

sogni di celluloide

Author: Davyq (page 1 of 2)

Unlearning

Cosa succede se una famiglia decide di partire per sei mesi lasciando tutto e vivere con il minimo indispensabile? Unlearning – disimparando, ovvero disimparare a vivere come siamo sempre stati abituati, e come dice il sottotitolo, fare un viaggio fuori dalla zona di comfort.

Tutto inizia con un pollo a quattro zampe. Esatto, avete capito bene, quella razza di pollo che vive nelle vaschette del supermercato e che  fa nascere l’ispirazione per un viaggio letteralmente ai confini del matrix.

Dopo aver sbrigato le faccende amministrative e organizzative, Lucio, Anna e la piccola Gaia partono per questo giro d’Italia alternativo, vivendo di passaggi e di scambio lavoro-ospitalità.

La famigliola saltella da un posto all’altro, da una comunità all’altra, da una famiglia all’altra, il tutto per filmare gente che vive in modo diverso dal modello sociale canonico. I personaggi abbondano, com’era prevedibile, e come era nella speranza del regista (Lucio stesso), suppongo.

In una società molto inclusiva come la nostra, dove sembra impossibile non farne parte, scopriamo, invece, che esistono diversi esempi di vita alternativa e quello che stupisce e fa pensare è che coloro che hanno fatto questa scelta sono in tanti, e non ci sono solo eco villaggi ed elfi post hippy, ma anche semplici famiglie che hanno venduto tutto per andare a fare il latte in una baita lontano dai clamori della città ormai invivibile.

Chi ha ragione e chi no? La nostra società sta crollando da un punto di vista umano per cui qualcuno cerca la fuga oppure coloro che si sforzano di vivere un’esistenza non allineata sono solo degli utopisti senza speranza?  Non lo sappiamo, il documentario non ci dà risposte, come è giusto che sia, si limita a documentare, ma forse le parole spontanee della piccola Gaia, nel suo desiderio di casa ideale, racchiudono il significato di tutto questo cercare: abbiamo semplicemente perso il contatto con la natura ed è quello che ci manca oggi più di ogni altra filosofia o ideologia.

Girato con la telecamera a mano e autofinanziato, è un bello specchio della realtà che ci circonda e di cui siamo completamente ignari perché nel nostro sistema il diverso fa paura e preferiamo etichettarlo piuttosto che provare a capirlo.

Cresceranno i carciofi a Mimongo

Cresceranno i carciofi a Mimongo locandina

Per qualche ragione Cresceranno i carciofi a Mimongo mi ronzava nella testa da qualche giorno, e allora vado a casa, inserisco il vecchio DVD comprato in chissà quale mercatino e premo PLAY.

Riconosco immediatamente la voce fuori campo di Chiambretti: è Ermanno Lopez, autore del libro Manuale per Cercare Lavoro  che guida il protagonista alla ricerca del tanto agognato posto di lavoro.

Ma andiamo con ordine e bando alla nostalgia. La storia è semplice: Sergio (Daniele Liotti) si è appena laureato in agraria ed è intenzionato a trovare un‘occupazione a tutti i costi. Per riuscire nel suo colossale intento, acquista  il famigerato manuale di Ermanno Lopez e ne segue alla lettera i consigli.

Sergio condivide l’appartamento con Enzo (Valerio Mastandrea) che, al contrario, non è per niente intenzionato a scendere in quel mondo pericolosissimo. “Una generazione si fa il culo e la successiva se la gode” ed Enzo chiaramente fa parte della generazione che se la gode (soprattutto dei favori femminili).

Cresceranno i carciofi a Mimongo recensione

Il film si snoda seguendo Sergio nella sua ricerca del lavoro attraverso i capitoli del libro di Lopez con personaggi che appaiono e scompaiono come entità piuttosto volatili, fatta eccezione per l’ex fidanzata Rita (Francesca Schiavo). Ed ecco la parte romantica. Sergio è ancora innamorato di lei, ma lei si sta per sposare con un altro. Un classico. Eppure funziona. Funziona perché sembra proprio andare così: Sergio è l’eterno rifiutato che anche quando è lì lì per farcela, alla fine riesce sempre a fallire.

Riguardando Cresceranno i carciofi a Mimongo al giorno d’oggi e  mettendo da parte la malinconia legittima per la fila alla cabina telefonica (chi non ha mai chiamato una fidanzata/o dalla cabina per non farsi ascoltare dai genitori), la pellicola, nella sua semplicità, è stranamente accattivante. Riflette uno specchio degli anni ’90 dove, nonostante l’emancipazione, Rita si sposa con un altro perché “tu non me l’hai mai chiesto”, e questo la dice lunga sui costumi dell’epoca ancora saldamente legati alla tradizione.

Cresceranno i carciofi a Mimongo Mastandrea Liotti

Il film fu l’opera prima di Fulvio Ottaiano che riuscì ad aggiudicarsi anche un David di Donatello (miglior regista esordiente 1997) e all’epoca divenne un caso mediatico.

Il bianco e nero, che fu scelto per dare un tocco retrò  o per mancanza di budget, si adatta incredibilmente bene a quel periodo e ce lo fa apparire ancora più lontano, nonostante la Generazione X ancora se lo senta addosso con lo stesso attaccamento che aveva per la magliettina dei Nirvana. Per questo Cresceranno i carciofi a Mimongo risulta più bello adesso di allora, perché la nostalgia fa sembrare il passato sempre migliore del presente.

L’altro volto della speranza

L’altro volto della speranza arriva a Berlino e, senza passare dal via, si accaparra un Orso d’argento per la regia (secondo gli addetti ai lavori, avrebbe meritato pure l’Orso d’oro). Il regista finlandese Aki Kaurismäki gongola, e fa bene, perché il film, se guardato senza farsi prendere dal Disturbo Compulsivo Ossessivo di dover per forza far cadere l’occhio sul cellulare per riempire i vuoti tra i dialoghi, ti prende per mano e ti accompagna in un viaggio dal volto umano nella grigia e onirica periferia di Helsinki.

Il destino fa incontrare il giovane Khaled, in fuga dalla Siria e sbarcato in Finlandia nascosto in un carico di carbone, con Waldemar Wikstrom un attempato venditore di camicie. L’incontro-scontro è alquanto violento (violento secondo i canoni di Kaurismäki: solo due cazzotti, e quando dico due, sono veramente uno e due) e Khaled finisce per venire accolto proprio da Wikstrom che lo impiega clandestinamente nel suo ristorante e lo lascia dormire nel vecchio magazzino di camicie.

Anche Wikstrom è in un certo senso in fuga, ha lasciato la compagna alcolizzata e ha investito tutti i suoi risparmi per comprare un ristorante che potrebbe far concorrenza alle taverne “scrause” anni ’70 di Marina di Bibbona, arredate con un guazzabuglio di suppellettili kitsch e feticci d’ogni genere, e dove l’unica cosa che va è la birra.

L’altro volto della speranza è un film di un’umanità primordiale in cui aiutare il prossimo diventa la cosa più naturale. L’ironia ben dosata insieme ai dialoghi minimalisti aiutano a percorrere il tema dei rifugiati e dell’immigrazione senza la retorica da dibattito televisivo e senza voler commuovere ad ogni costo lo spettatore ormai saturo di contenuti strappalacrime.

Non a caso, si ritrovano le atmosfere de L’uomo senza passato, dove forse l’ironia è più sagace, ma i temi sono gli stessi cari al regista: la vita dei reietti, degli ultimi, dei barboni e di tutti gli altri sinonimi con cui si definisce chi non si è conformato alla società odierna.

In questo circo di periferia, in cui non si vede mai un bell’edificio, un blues rock malinconico finlandese accompagna la pellicola, come per ricordarci, con tristezza, che la legalità non sempre è al servizio dell’umanità.

Gold-La grande truffa

Gold-La grande truffa LocandinaVado a vedere Gold-La grande truffa un po’ controvoglia, tutte le premesse, compresa la locandina, mi riportano a The Wolf of Wall Street, e mi aspetto festini, donnine e droga party,  ma al contrario, mi ritrovo a guardare una storia in cui il nostro eroe è felicemente sposato e felicemente alcolizzato.

Un Matthew McConaughy sovrappeso è Kenny Wells, capo di una società mineraria dal passato luccicante, ma colpito duro dalla grande crisi economica degli anni ’80. Il suo sogno è il sogno dei vecchi pionieri americani: trovare l’oro e diventare ricco. Niente di più difficile, direi, specialmente all’alba del terzo millennio.

In questa sua sfrenata ricerca del glorificato metallo prezioso, Kenny investe la propria vita, i suoi averi, mette a rischio gli affetti e pure la pazienza dello spettatore, a cui, sotto sotto, inizia a venir voglia di gufare e sperare che non trovi neanche una pepita.

Quando sembra che il gufaggio funzioni, ecco che trova il filone. Un dispiacere dopo un altro, mi viene da pensare. E invece no, è proprio qui che il film prende il ritmo giusto. Dopo il confronto con le banche e le società per azioni, i ruoli si ribaltano e inizio gradualmente a tifare per Wells e per il suo taciturno compare Micheal Acosta (Edgar Ramirez), geologo di fama internazionale che si è fatto affascinare dal sogno di McConaughy.

Gold-La grande truffa

Quello che sembrava una dichiarazione d’amore per il sogno americano diventa, al contrario, una sottile critica al sistema dove anche la borsa è descritta come una grande agenzia di scommesse, e da cui la SNAI avrebbe molto da imparare.

Matthew McConaughy, ormai uomo mongolfiera, (si gonfia e si sgonfia a secondo dei ruoli con una facilità invidiata dal club del mantice) offre un’interpretazione esemplare per il suo personaggio, mentre Ramirez tiene quella specie di broncio tutto il tempo come se si sentisse in colpa di essere stato scelto. Il divario recitativo dei due, che inizialmente mette un po’ a disagio, ha però una sua logica e, anche se un po’ troppo stereotipato, funziona bene.

Gold-La grande truffa

Insomma, un film che è guardabile e, a suo modo, ha un’etica: l’etica del denaro. E se vogliamo capire l’avidità umana non resta che ascoltare le parole di Kenny Wells di fronte all’FBI. Una descrizione così illuminate e disarmante che viene quasi voglia di dargli ragione.

Gold-La grande truffa

East End

East End locandinaCosa hanno a in comune la CIA, il derby Roma-Lazio, una degradata periferia, l’ex presidente degli Stati Uniti Obama, Papa Francesco e Ratzinger, Roberto Saviano e Giorgio Napolitano? Probabilmente niente, ma sono tutti stati egregiamente ritratti in East End, il nuovo film d’animazione italiano nelle sale in questi giorni, frutto del genio artistico di Skanf e Puccio e dell’agenzia di animazione indipendente Canecane.

Tutto ruota intorno al derby Roma-Lazio, a un satellite USA dirottato e alle peripezie di Leo, Lex & Co, giovani abitanti della Bertozzi Tower, un condominio della periferia est di Roma costruito dal palazzinaro/speculatore edilizio Bertozzi poi fuggito all’estero con il malloppo.

La trama, che all’apparenza sembra semplice e scontata, è in realtà articolata e arzigogolata, con personaggi ben delineati, gag, trovate esilaranti, sarcastiche e mai scontate, e con un ritmo incalzante che non lascia mai lo spettatore senza una battuta.

East End film

Cattivo al punto giusto e con uno sguardo attento alla società contemporanea, il film è costellato di espedienti spassosi: cani guida per non vedenti accecati, cacche tirate in faccia, un Federico Moccia sgrammaticato e senza scrupoli. Insomma, ce n’è per tutti, o almeno per tutti coloro che se lo meritano. Ma non vediamo solo pura cattiveria, c’è ironia, sarcasmo e presa in giro degli usi e (mal)costumi italiani, dai grandi scandali nazionali alla quotidianità, mettendo in evidenza comportamenti simpsoniani che ritroviamo veramente nella realtà di tutti i giorni. Basti guardare la scena in cui la madre di Lex, donna remissiva e sottomessa, una volta al volante della sua auto, diventa aggressiva e intollerante. E alla fine la colpa è sempre di qualcun altro, specie se diverso.

East End recensione

Gli ideatori e disegnatori, alias Luca Scanferia e Giuseppe Squillaci, hanno coraggiosamente realizzato un film che è riuscito a perforare lo strato di mediocrità e moralismo,  ormai le prerogative essenziali per arrivare sul grande schermo, e ben venga che si siano ispirati a South Park,  I Griffin o I Simpson, senza dover per forza catalogare East End come il South Park italiano, perché l’ispirazione non può essere trasformata in etichetta o casella come fanno i critici cinematografici.

East End animazione

East End DEVE essere visto per il solo fatto di poter ammirare un favoloso film d’animazione made in Italy (sfortunatamente quasi un ossimoro), e gustarsi una Roma a cartoni animati che dopo il successo di Lo chiamavano Jeeg Robot, sembra proprio che stia diventando di nuovo Roma Caput Mundi, ma questa volta del mondo di celluloide e di fantasia.

East End Roma

Birdman – o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza)

Birdman locandina filmCon la primavera ritornano le rondini e gli uccelli migratori e così, colti da ispirazione, abbiamo rivisto Birdman. Avevamo voglia di teatro e di un po’ di sano surrealismo in queste giornate di caldo-freddo-pioggia-sole, e siamo andati a ricercarlo nel film di Alejandro Gonzàlez Iñàrritu del 2014.

Birdman inizia con una meditazione a mezz’aria del protagonista Riggan Thompson (Michael Keaton) e, fin da subito, viene instillato il dubbio nello spettatore se la presenza ingombrante dell’uomo uccello vestito di piume cangianti e dalla voce profonda e persuasiva, sia frutto della mente di Riggan oppure esista davvero.

La domanda si pone, ma passa in secondo piano quando le interazioni tra gli attori hanno il sopravvento e la storia prende una piega comico-grottesca piacevole e intelligente.

Birdman recensione

Il film si svolge quasi tutto all’interno di un teatro newyorchese con pochissimi esterni, mettendo in luce le personalità da “prima donna” dei diversi interpreti e i drammi personali di Thompson, tormentato dal suo passato di attore di film commerciali e voglioso di una rivalsa personale e professionale.

Birdman movie

Bello il confronto tra Riggan e la critica teatrale Tabitha Dickinson (Lindsay Duncan) in cui Keaton esterna quello che la maggior parte del pubblico pensa dei critici, che siano televisivi, cinematografici, letterari ecc…

 “Acerbo, fiacco, marginale: etichette, lei è capace solo ad etichettare ogni cosa, questa è squallida pigrizia. Lei non sa come chiamare questa cosa se non sa come etichettarla.”

Birdman L'imprevedibile virtù dell'ignoranza

Il cast di “attoroni” (Naomi Watts, Edward Norton, Emma Stone, Zach Galifianakis) seguiti dalla telecamera in un finto piano sequenza, fanno respirare l’odore di quinte e sudore di Broadway, e danno una mano cospicua a far vincere i numerosi premi che la pellicola ha portato a casa (Premi Oscar di tutti i tipi, Golden Globi, Davidi di Donatello, Sagra della Rana di Staggia Senese).

Birdman film L'imprevedibile virtù dell'ignoranza

“Hai ottenuto quello che volevi!” Riggan sente dirsi al suo risveglio nel letto d’ospedale. Indossa una mascherina post operatoria. Ma qual’era la cosa che voleva il protagonista, avere di nuovo una maschera o lasciare il suo passato di celebrità e diventare un bravo attore ? Forse entrambi, e il suo alter ego, Birdman, seduto silente sul cesso, dà l’idea di una liberazione del suo ingombrante passato ed un’assimilazione del costume in quella del nuovo Riggan Thomson.

E poi la scena finale. Igñàrritu la commentò, a suo tempo, affermando che poteva essere interpretata in tanti modi quante sono le seggioline del cinema e che quindi lascerò senza commento.

Gimme Danger

Gimme Danger locandinaGimme Danger è il secondo film di Jim Jarmush a distanza di pochi mesi che ritorna sugli schermi per raccontarci la carriera Iggy Pop e compagni con un documentario essenziale per la storia del rock.

Un giovane Jim (il vero nome di Iggy è James Newell Osterberg Jr, come i fan ben sanno) vive alla periferia della città in una roulotte con i suoi e, come in ogni classica storia del rock, gli regalano uno strumento per il compleanno: una batteria. Tutto nasce da una batteria ingombrante in una roulotte minuscola. Iggy non ancora Iggy debutta con le band giovanili come batterista ed è pure bravino, ma poi, come dice lui, si stanca di vedere i soliti tre culi davanti a lui, e inizia un progetto con i fratelli Ashton  e Dave Alexander che darà vita agli Stooges.

Nel ‘67 anno degli scontri di Detroit,  si intrufolano in una casa abbandonata, Iggy prende alcune gocce di mescalina, una pala e inizia a ripulirla.

“Eravamo veri comunisti, pur non essendo politici, condividevamo cibo, stanze, soldi e tutto il resto. Facevamo una vita da comune e ognuno divideva quello che aveva.”

Così inizia la storia di una delle pietre miliari del rock and roll e della sua componente innovativa a cui tutta la generazione punk, ma non solo, (Kurt Cobain considerava Raw Power uno dei suoi album preferiti) ha reso omaggio.

LOS ANGELES – MAY 23: Iggy the Stooges (L-R Dave Alexander, Iggy Pop in front, Scott Asheton in back and Ron Asheton) pose for a portrait at Elektra Sound Recorders while making their second album ‘Fun House’ on May 23, 1970 in Los Angeles, California. (Photo by Ed Caraeff/Getty Images)

Nel 1973 con tre album all’attivo, gli Stooges ricevono solo tiepidi riscontri dalla critica e dalle case discografiche, nonostante Iggy sia diventato amico di Bowie prima della registrazione del terzo album.  Dovranno affrontare anni d’oblio, droga e morti premature, prima di riunirsi nel 2003 ed avere il successo planetario che si meritano.

Gimme Danger recensione

Il documentario adotta uno stile classico con interviste e filmati d’epoca, riuscendo a rimettere insieme un materiale visivo sparso nel tempo e nello spazio che rischiava di finire nel solito dimenticatoio. Jarmush però, inserisce poca estrosità nella narrazione, ricorrendo alle solite scritte sullo schermo che abbiamo già visto in Paterson e ad alcuni stratagemmi di montaggio da far invidia al programma televisivo Le Iene, ma riesce comunque a dipingere un ritratto reale di una band che è riuscita ad avere fortuna solo “da vecchia” e  della sua influenza musicale sui decenni successivi.

Gimme Danger film

Gimme Danger ci riporta alla realtà dell’unico sopravvissuto, Iggy, che quando intona No fun my babe no fun mi fa pensare tristemente che il divertimento è arrivato davvero in ritardo di trent’anni, facendomi venire in mente Sixto Rodriguez e la sua storia raccontata in Sugar Man.

Gimme Danger Iggy Pop

Un re allo sbando

Un re allo sbando locandina Presentato alla 73ª edizione del Festival del Cinema di Venezia, Un re allo sbando è una commedia con un umorismo tutto belga, anzi fiammingo per essere precisi, i valloni al contrario, avrebbero avuto quella scintilla latina molto più confusionaria e caciaronesca.

La trama è semplice ed ha tutti i presupposti per essere un film intrigante e ironico: Nicolas III (Peter Van den Begin), re del Belgio in visita ufficiale in Turchia, viene raggiunto dalla notizia che la regione  della Vallonia ha dichiarato l’indipendenza, motivazione: Siamo stufi.  Il povero sovrano vorrebbe tornare in patria per cercare di salvare il paese, ma un’inopportuna tempesta solare blocca la delegazione reale nella capitale turca. Il re, allora, propone un viaggio via terra attraverso i Balcani, cosa a cui si oppone il ristretto numero di collaboratori e le autorità locali, ma trova l’appoggio del regista “di corte” che vede nell’avventura una possibile opportunità di tornare sulla cresta dell’onda. La fuga ha inizio.

“I Balcani sono instabili” è il mantra ripetuto a re Nicolas per spaventarlo. L’instabilità fa paura all’occidente, un’instabilità fatta di feste paesane, curiosità  e storie non narrate, e il film li percorre in lungo e largo attraverso espedienti che sono piacevoli, ma che stentano a far ridere sul serio. Quello che ne viene fuori è un sorriso un po’ amaro e una sottile critica alla monarchia belga realizzata con raffinatezza, rovesciando le reali tensioni sociali che attraversano il piccolo stato europeo. (La maggioranza degli scissionisti in Belgio sono in realtà i fiamminghi che non hanno mai amato una monarchia quasi totalmente francofona).

Un re allo sbando recensione

Ma anche da un punto di vista umano si pongono delle domande: un sovrano costretto a fare il sovrano con tutte le solitudini che ne derivano dalla carica, può rappresentare una nazione?  È umanamente giusto?

Non lo sappiamo, perché quando il re sembra abbandonare emotivamente il suo titolo durante una riflessione notturna che potrebbe essere una splendida fine, si ritrova, dopo altre peripezie, ad agire come un re. Il re deve fare il re e questa è la sola realtà che conosce.

Un re allo sbando film

 

L’unica figura che vorrebbe essere fuori dagli schemi è il regista inglese al seguito della delegazione reale: Duncan Lloyd (Pieter van der Houwen).  Un personaggio smanettone ed intrallazzone che non si addice alla sua nazionalità e che nonostante il tentativo di renderlo alternativo, alla fine risulta fiammingamente ingessato anche lui.

Il film è in fin dei conti piacevole e con una bella fotografia e consiglio di guardarlo con una buona scorta di birra d’abbazia in frigo, sopra gli otto gradi le battute potrebbero far pure ridere.

Un re allo sbando mockumentary

Trainspotting 2

Trainspotting 2 locandinaTrainspotting 2. La storia riprende da dove l’abbiamo lasciata nel lontano ’97. Mark Renton è ancora ad Amsterdam  dove è fuggito con il malloppo e dove si è rifatto una vita lontano dall’eroina, mentre tutto il resto della truppa vivacchia ancora a Edimburgo:  Sick Boy (adesso si fa chiamare con il suo nome, Simon) ricatta uomini importanti con l’aiuto di una giovane prostituta, Spud ha smesso con la roba ma ha perso gli affetti più cari e Begbie è finito in carcere.

Mark torna in Scozia ed atterra in una Edimburgo moderna, turistica e multiculturale. Anche a lui non è andata bene, il dipartimento dove lavora sta chiudendo, sta divorziando e ha una vena artificiale che deve cambiare ogni trent’anni.

Il film parte lento per permettere ai personaggi di far pace con se stessi e con gli spettatori in una catarsi violenta e malinconica che li catapulterà in una nuova avventura: aprire una sauna/bordello in uno stabile abbandonato del porto. Inizia, così, la ricerca del denaro che si intreccia con la caccia paranoica di Begbie, fuggito di galera e intenzionato a farla pagare all’ex amico per la vecchia storia delle 16000 sterline.

Lo spirito nichilista di una generazione dei sobborghi di Edimburgo, città tutto sommato “posh” rispetto alla Glasgow operaia o la pericolosa Dundee, ritorna per riportarci ad una realtà fatta di personaggi sopravvissuti agli “scheme” britannici di case popolari dove l’unica fuga è lo sballo, e vent’anni dopo ci propina quello che i motivatori degli anni duemila non ci diranno mai:  nessuno è riuscito a farcela.

Trainspotting 2 recensione

Ispirato molto liberamente al romanzo Porno (di Irwine Welsh), Danny Boyle ebbe l’idea di un sequel fin dai tempi di Trainspotting, ma saggiamente ha atteso vent’anni per rendere il corso del tempo più reale sulle facce dei protagonisti e tirare fuori al meglio la loro parte narcisista.

Trainspotting 2 film

Si ride e si ricorda, qualcuno lo ha definito un film per quarantenni, e forse è vero, sono gli unici che hanno vissuto quei tempi e sono pressoché coetanei degli attori. Sono coloro che si ricordano e capiscono i tossicodipendenti eroinomani e inaffidabili: “Prima c’è l’occasione, poi il tradimento.”

E come reitera Sick Boy ancora pieno di odio verso Mark per la truffa: “Non vedo perché non avresti dovuto farlo, mi sarei stupito del contrario.”

Ma non è solo questo, la maturità non ha migliorato le loro condizioni sociali e le speranze rimangono sempre quelle di sbarcare in qualche modo il lunario, come vent’anni prima. E finalmente attacca Lust for Life.

Split

recensioni split spoiler split shyamalanSono stato trascinato al cinema a vedere Split, il nuovo attesissimo film di Shyamalan non sapendo cosa aspettarmi considerati i trascorsi ambivalenti del regista, amato e venerato oppure apertamente sbeffeggiato (ricordiamo che ha perfino vinto un Razzie Award per la peggiore regia nel 2010).

La storia comincia immediatamente senza troppi preamboli con il rapimento di tre ragazze adolescenti: Marcia, Claire e l’ignara Casey che si trova con le altre per pura coincidenza. Quando si risvegliano, si trovano in un angusto scantinato dove colui che le ha rapite, appare ogni volta, con vestiti ed atteggiamenti diversi e ben presto capiscono che hanno a che fare con le diverse personalità di uno stesso individuo (James McAvoy).

Le atmosfere cupe della cantina-prigione, sono contrapposte alle immagini più luminose e rilassanti delle sedute dalla psicologa che segue il caso, la dottoressa Fletcher (omaggio a Woody Allen o puro caso?). Scopriamo così, che il cattivo soffre di quello che in psicologia è definito disturbo di personalità multiplo ed ha la bellezza di 23 personalità ognuna con le sue caratteristiche ben definite e separate dalle altre.

Split film

Nel frattempo, nel sottoscala, le tre ragazze apprendono che devono essere immolate alla Bestia, la ventiquattresima personalità che ancora non fa parte del gruppo di personaggi che affollano la testa del protagonista, ma sta profeticamente arrivando, e in parallelo,  ci viene descritta la storia personale di Casey fatta di abusi familiari, facendo intuire che sia proprio lei la chiave di svolta per la salvezza delle ragazze.

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La tela viene tessuta ad arte in quello che sembra un thriller psicologico ben costruito e con una bella tensione, (la scena in cui si scopre che una personalità fa finta di essere un’altra personalità è geniale). Poi finisce il primo tempo e inizia il disastro, sembra che Shyamalan indugi troppo tempo al bar e torni alla regia un po’ sbronzo e con la voglia di finire il film in fretta.

Con la seconda parte, ci viene finalmente rivelato che tutte le personalità fanno capo a Kevin Wendell Crumb, estraniato dai suoi stessi “omini” ormai da così tanto tempo che la sua coscienza non esiste praticamente più ed inizia un susseguirsi di trovate da B-movie con scene splatter e incongruenze che i cercatori di magagne dei film potranno divertirsi a trovare (ce ne sono per tutti i gusti). La sceneggiatura diventa traballante, frettolosa e forzata, dimenticando logica e cellulari pur di arrivare alla fine, come se Shyamalan si fosse prefissato di arrivare alla conclusione prima di andare al bagno dopo le birre dell’intervallo.

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Anche il finale, descritto come un clamoroso colpo di scena, è secondo me, debole: Kevin 23+1 si ritira dalla scena con una frase da manuale delle giovani marmotte causata dalla rivelazione di un dettaglio aggiunto da una mano misteriosa o da un taglio troppo generoso del montatore.

Per concludere, Shyamalan inizia una storia che si preannuncia avvincente e con un pathos da thriller perfetto e getta la fondamenta per la costruzione di qualcosa di grandioso e poi se ne esce con un bungalow da campeggio, anche se confortevole e ben arredato.

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