La banchina del ghiaccio

sogni di celluloide

Author: halfio1978

Alien Covenant – Ridley Scott

Alien Covenant locandina

Con il capìno cosparso di cenere mi ritrovo a parlare bene di ALIEN COVENANT.
Chi scrive, ai tempi, disintegrò PROMETHEUS, ne sparse i brandelli ai quattro angoli del Regno, e continuò con la damnatio memoriæ per un paio d’annetti, esigendo le interiora dell’autore Damon Lindeloff, preso da Lost ancora strafatto di noce moscata.
Le condizioni erano perfette affinché Scott, vecchio bacucco rigovernato “che se lo lasci da solo, è capace di mangiarsi una saponetta”, annichilisse definitivamente la saga di ALIEN, una saga che ha cambiato l’immaginario di un paio di generazioni.

E invece.
Il film comincia subito contropiede. Ti aspettavi qualche astronave con la mappa stellare e invece no, ti rendi immediatamente conto della grandezza del pubblicitario/ creatore di Mondi Ridley Scott: le prime sequenze sprigionano eleganza, stile e fascino da ogni superficie, dentro ogni pixel. Un paesaggio islandese, la poltrona-trono Carlo Bugatti, una natività di Piero della Francesca, manca solo il bicchiere Arnolfo di Cambio di Blade Runner (probabilmente è rimasto negli scatoloni). Ad ogni modo si rimane intontiti e si principia a fare la fusa.

Alien Covenant recensione

Poi d’improvviso un’altra iniezione d’ottimismo: il film non è manco cominciato, e James Franco è già morto (mi si perdoni lo spoiler, ma è uno spoiler del tutto ininfluente). E comincia l’attesa, l’attesa dell’orrore, dell’alieno, lo xenomorfo coi suoi due stadi di sviluppo, gli schizzi di sangue acido, le discese ardite e le risalite. Del resto quel diavolaccio di Ridley l’aveva detto nelle interviste: “Preparatevi all’orrore, stavolta ho voluto farvi soprattutto paura”.
Maledetto depistatore. Perché il plot vira su qualcosa di imprevisto: Scott l’aveva capito fin dal 1979 che l’androide emancipato fa paura tanto quanto l’alieno. E forse di più.

Ed infatti qui l’orrore è soprattutto umano, anzi umanoide.
Certo, le carni si lacerano e le bestie immonde aprono gabbie toraciche anche qui, ma chi tiene le fila è Fassbender sdoppiato, qui in una performance cinebrivido da ricordare.
C’è chi ha scritto che il film è troppo vincolato alla continuità con Prometheus, ma si badi bene:  la continuità è lapalissiana, ma non solo non pesa affatto, anzi, si è riusciti nel miracolo di riabilitare e valorizzare un film nulla di che. Prometheus, con Covenant, si completa e assume nuovi significati.
Da dove veniamo? Chi ci ha creato? Perché siamo al mondo? C’hai mica da accende?

Alien Covenant Ridley Scott

Queste le domande fondamentali dell’Uomo. Che cos’erano gli omoni blu? Che cosa erano tutte quelle bestiacce podaliche di Prometheus, e che fine hanno fatto gli Alien di Rambaldi col capìno lucido, che in tanti abbiamo intravisto nelle nostre notti insonni anni 80?
Beh, il film spiega tutto o quasi, mantenendo una tensione favolosa, e infilando citazioni ovunque, da Wagner, a Byron a Percy Bysshe Shelley a Country Roads di John Denver (“Non scherzo mai su John Denver”). Per non parlare di dove David ha sepolto Noomi Rapace.

Un ultimo plauso al colpo di scena finale, degno d’un maestro del cinema ultra rodato. Un colpo di scena talmente lento e telefonato, che alla fine lo spettatore abbassa la guardia e lo esclude. E a quel punto che viene fregato. Un po’ come quando si gioca a ping-pong con uno talmente scarso, con lanci “rimbalzoni” e dispari, che alla fine ti fa quasi il culo.

Grizzly Man [W.Herzog (2005)]

Grizzly Man W.Herzog 2005

Ma si può? E che diamine! Metti che nasci in Florida, a 19 anni ti trasferisci a Los Angeles per fare l’attore (strano, non lo fa nessuno). Poi però il fatto d’essere arrivato secondo per una parte in una sit-com (CìN-CìN) a favore di Woody Harrelson,  ti provoca un trauma insanabile che ti lancia nella droga barra alcohol.

Woody Harrelson, vabbé, mica Pippo Franco. Uno che tutto sommato poi ha avuto una carriera piuttosto dignitosa. Dovresti sentirti quasi lusingato.

Poi a un certo punto vai in overdose e non si sa perché, uscito dal coma, senti il bisogno di diventare un orso. Hai letto bene: un orso.

E allora vai in Alaska e dai il tutto per tutto per la causa dei plantigradi: proteggere a costo della propria vita, quella degli orsi (purtroppo non è chiaro il passaggio che va dal letto d’ospedale alla tenda in Alaska accanto alla tana dei Grizzly).

Questa, in buona sostanza, la vita di Timothy TreadWell, detto Timmy.
Per carità, causa nobilissima quella dei plantigradi, ma c’è un piccolo particolare: il posto che ha scelto per condurre la sua battaglia è un’oasi incontaminata, area già ultraprotetta, dove una comunità di 3500 esemplari di grizzly, stipati come aringhe, prospera beatamente, senza che nessuno disturbi loro il karma. Cioè, non c’è altro essere vivente sul pianeta che se la passi bene come quei chiapponi pelosi di quell’isola, Kodiak mi pare si chiami, ma Timmy nonostante tutto sente l’urgenza di proteggerli.

Sarebbe come trasferirsi sul Gran Paradiso per difendere le marmotte, o volare in Jamaica per lottare contro il proibizionismo.
E poi Timmy si convince che ogni orso sia suo amico, mentre ogni tanto qualcuno di quei bestioni al massimo lo fissa con sguardo ottuso e continua a farsi i fatti propri senza calarselo minimamente. Emblematico quello che dice l’inuit intervistato: “Timothy Treadwell è un idiota sesquipedale, perché non gli si può fare servizio peggiore a quegli orsi, che abituarli alla presenza umana”.
Ecco, dopo 13 anni di barricate contro nessuno, un orso si rompe le scatole e se lo mangia, e di contorno si mangia la sua fidanzata.
Effetto? L’orso viene abbattuto.

Ottimo lavoro, Tim!
Se questo non è il genio del millennio…

Grizzly Man recensione
Per capire guesto film non bisogna concentrarsi sugli animali pelosoni. Né sui grizzly, né sulle volpine simpatiche. Gli animali non c’entrano, al posto degli orsi rognosi ci poteva essere qualunque altra cosa che ossessionasse il povero Tim, e la sostanza non cambiava. Questo è un film sulla paranoia, sulla pazzia, su come una mente debole finisca per rifugiarsi in mondi immaginari per reazione a traumi. Gli orsi sono l’equivalente dei libretti di preghiere dei fondamentalisti islamici/protestanti/cattolici o altre fisse più stilose di tanta altra gente.
Tim (pace all’anima sua), s’avvitava su se stesso. Degli orsi, come dimostrano alcuni intervistati, aveva capito molto poco, come forse io di questo film.
Sì, ci sono scenette ultramelense, con le volpi o i cuccioli d’orso, Ma questo è un horror!!! Come ha detto Enrico Ghezzi, questo è un Blair Witch Project fatto bene.
Quello che amo di Herzog, e di questo documentary, è proprio l’immagine che riesce a dare di una realtà popolata da BESTIACCE (“quello che vedo in questi sguardi d’orso non è altro che l’overwhelming indifference of nature…e il totalizzante, meccanico ed esclusivo bisogno di cibo”)…e questa pura verità vibra su una lunghezza d’onda talmente lirica, talmente poetica, da creare un contrasto che ferisce. Il povero timotyno treadwell , era il disadattato-modello di quest’epoca di mezzo, coi paraocchi,bipolare e sciocco. Eppure, a forza di vivere in quei paesaggi, alcuni grani di bellezza assoluta è riuscito davvero a filmarli.
Quando si fa un documentario montando del materiale d’archivio c’è bisogno di selezionare il materiale in modo che alla fine il montaggio abbia un senso. Ecco, Grizzly Man sembra completamente sceneggiato, anche se il tutto è accaduto realmente.
Finalmente, c’è da dire che siamo difronte a un, senza mezze misure,

C-A-P-O-L-A-V-O-R-O A-S-S-O-L-U-T-O.
Il più bel documentario che io abbia mai visto. Forse una delle tre migliori opere del gran poliedrico artista inqualificabile che è Werner Herzog. Non sembra nemmeno un documentario talmente è incredibile e drammatica la costruzione del racconto.
E’ un film degli anni zero, ma valeva la pena ricordarlo. Da vedere rigorosamente in Eng sub Ita.

Buona visione

La Felicità è un sistema complesso

La Felicità è un sistema complesso locandinaQuesto film parte dispari. Inizia con Mastandrea, schiacciato contro un muro, di notte, con una parrucca in testa, vestito anni ‘70. E non si capisce bene dove siamo, quando siamo, chi è quel tizio un po’ banale che lo aggancia in discoteca, e cosa sta a significare quella musica.

Poi piano piano la morsa si allenta, e si aprono alcuni sprazzi che lasciano intendere la trama. Ecco, una volta tanto un film che pretende dallo spettatore una certa attenzione.  Ma nonostante questo, tutto quanto rimane un pochino dispari, come l’ambientazione stessa: Trento. Trento? (Un giorno gli archeologi scopriranno che il cinema negli anni 10 del terzo millennio, veniva finanziato dalle giunte regionali).

Mastandrea è il solito bravo Mastandrea in questo ruolo donchisciottesco di “dissuasore per incapaci figli di papà indegni ereditieri del fottuto patrimonio imprenditoriale nazionale”, ricchi figli di ricchi, buoni solo “a organizzare tornei di Playstation e ingolfare Maserati”. La ragazza israeliana è un elemento destabilizzante ma anche se non c’era cambiava poco. E invece no, anche lei ha la sua funzione distopica, per come entra nella storia, e per come si inserisce nel mondo senza appigli del protagonista.

Filippo e Camilla , i due fratellini contro cui il protagonista va a sbattere, sono persone pure, ingenue, che sperimentano l’ampio spettro di reazioni che si subisce, quando la propria vita viene shakerata dalla morte.

La Felicità è un sistema complesso recensione

Film da vedere, puro cinema italiano sociale, anche se in veste techno jungle, si parla di società e  non ci si rifugia nelle storie/dramma ultra private/intime con gli attori che parlano sottovoce e c’hanno il viso ucciso e non si capisce icchè dicano. Qui si parla di un Paese che è una terra di mezzo sempre più prossima all’abisso, e della gente che ci vive sopra e si arrabatta.

Ma non c’è nessuna morale, o per lo meno non ce la vedo io.

Ennesimo esempio di una oramai sedimentata “sorrentinizzazione” del cinema italico, con fotografie curate, pochi spiegoni (menomale), e momenti catartici sottolineati da musiche elettro-pop: beh, poteva andarci peggio. In fondo anche i Litfiba in terremoto suonavano un po’ in stile Nirvana.

Un motivo per vederlo: Battiston tutto azzimato ed elegante con gli occhi azzurri

Un motivo per non vederlo: Nessuno, a meno che si disprezzino alacremente le canzoni dei Cani

Animali Notturni

Animali Notturni recensioneANIMALI NOTTURNI del neo-mammo Tom Ford inizia con delle anziane obese piuttosto deformi che ballano nude in pieno stile majorette.

Ma il weird finisce subito, ed è subito fashion, ed è subito alto-borghesia in sofferenza.
“Credimi, il nostro mondo è molto meno doloroso del mondo reale” sostiene uno dei personaggi, ed è attorno a questa disillusione che gira la storia.

Jake Gillenall non sembra abbastanza “stiloso” per un film di Tom Ford, difatti fa la parte del pulcino bagnato, il morto di fame che ha bisogno dei ricchi. Lei invece, Amy, è ricca ma tradita sistematicamente dal marito, ma quello sarebbe anche il meno: la verità è che è soprattutto infelice.

Il mondo là fuori forse è brutto e sgraziato, ma fottutamente vivo rispetto alle superfici laccate e le facce tirate del proprio sottomondo.

Animali Notturni film
Il suo ex, aspirante scrittore, che lei 20 anni prima ha lasciato perché troppo sfigato, invia il manoscritto del suo primo romanzo, dedicato a lei, e annuncia che dopo pochi giorni sarà a New York.
E qui comincia la meta-storia in cui ci si immedesima nel romanzo , un thriller on the road alla The hitcher, in un certo senso quello che succede in una dimensione è un’allegoria della loro storia defunta decenni prima…e poi basta……. guardatelo.
Avevo deciso di vederlo perché con l’ultimo film, Tom Ford e i suoi Fox Terrier a pelo corto, ci aveva ammaliato tutti (http://tinyurl.com/zogyshf ).

Anche questo è un film forse disinnescato, ma godibilissimo.