La banchina del ghiaccio

sogni di celluloide

Author: SignorinaKa (page 1 of 2)

Scappa: Get Out

scappa get out Ebbene sì, sono andata a vedere Get Out: Scappa, un film che per come viene presentato in Italia non si capisce bene quanto sia ”da maschi”, da ragazzini, o da amanti dell’horror, e io non solo non rientro in nessuna delle categorie, ma come una bambina non dormo dopo i film paurosi. In questo caso, però, ho dormito benissimo.

Scappa: Get Out inizia con il rapimento di un uomo di colore, di cui poi non sappiamo più niente per un bel po’ , per poi trasportarci nella bellissima casa di Chris (Daniel Kaluuya) che sta per partire con la fidanzata Rose (Allison Armitage) per un week-end dai suoceri alla Indovina chi viene a cena. Lei infatti è talmente perfetta e innamorata che non ha ritenuto necessario avvertire i genitori del fatto che il fidanzato è di colore, e questo dettaglio preoccupa lui molto più di quanto il primo soggiorno dai suoceri preoccuperebbe chiunque. E soprattutto non sa che sta per avere dei grattacapi molto più seri di quello che crede, anche se inizia ad avere qualche dubbio quando scopre che la suocera è un’ipnotizzatrice professionista. Senza spoilerare cosa succede all’arrivo nella magione della bella famigliola, posso solo dire che la morale è facilmente estrapolabile: mai fidarsi della fidanzatina perfetta. Della suocera non fidarsi a prescindere, specialmente se ha in mano un cucchiaino.

L’idea di Scappa: Get Out è nata nella mente dell’autore e regista Jordan Peele all’inizio della presidenza Obama, quando per il ruolo di protagonista aveva pensato a Eddie Murphy, che poi è stato ritenuto un po’ troppo maturo per la parte. Con i cambiamenti sulla scena politica americana e il riaccendersi del tema del razzismo, l’idea si è concretizzata nel giro di pochissimi mesi e con un budget bassissimo, tanto che la troupe non si è potuta nemmeno permettere di girare a Los Angeles ma per motivi fiscali si è dovuta trasferire in Alabama.

 

Scappa Get Out Movie

 

Scappa: Get Out non è un film per il pubblico italiano. Lo si capisce già dal fatto che il traduttore ha pensato bene di offrire un titolo bilingue, così, giusto per assecondare la proverbiale pigrizia degli italiani con le lingue straniere.  Il contesto culturale è completamente americano e lo spettatore italiano fatica a percepire quelle sfumature e quel modo di raccontare senza prendersi troppi rischi, che negli States sono valse un discreto successo a questa pellicola low cost. Continuerò ad essere puntigliosa, giusto per il gusto di rassettare un po’ un ambiente che tende più al maschile: Scappa: Get Out non è propriamente un horror, anzi di spaventoso non ha niente e a noi italiani che non abbiamo impresso nell’ immaginario collettivo il contrasto  bianco/nero, rischia di apparire più sotto la veste di una commedia dai risvolti splatter, mentre invece si tratta di una metafora tutta a stelle e strisce di un tema fortemente tornato alla ribalta di là dall’oceano.

 

recensione di scappa get out

 

Eppure c’è qualcosa di deliziosamente perfetto nello svolgersi della vicenda in cui i tempi da horror classico sono rispettati e in cui tutto torna in maniera quasi puntigliosa, senza sbavature né errori colossali da horror low cost. L’assurdità della trama è tenuta insieme da un’impalcatura così solida e lineare  da coinvolgere fino all’ultimo, per un finale che nell’idea originaria doveva essere molto più polemico di quello che poi è stato scelto. Peele voleva infatti farci presagire che i buoni, se neri, non possono permettersi neanche il ruolo dei buoni, ma poi ha optato per l’happy ending (almeno per tutti quelli che nel frattempo non sono stati fatti a brandelli).

 

Planetarium

locandina planetarium film

Venga signora, si fidi di me. Non si aspetti nulla, speri tutto”. Nella seduta spiritica con cui le sorelle Barlow esordiscono con il loro inquietante show a Parigi, Laura (Natalie Portman) invita così la sua vittima tra il pubblico a fare una chiacchieratina con il caro estinto, grazie alle soprannaturali doti di Kate (Lily-Rose Depp, sì, quel papà Depp lì). E io confesso che presa dall’entusiasmo per Jackie, qualcosa mi aspettavo dal nuovo film con la neo mamma Portman, perché nonostante le critiche affatto entusiaste qualcosa doveva pur imprimersi sulla pellicola, grazie all’intrigante tema dello spiritismo, alla Parigi anni ’30 e al cast niente male… ma in questo film, j’en suis désolée, l’unico fantasma è il plot, che è del genere deforme e trasformista (e da qui spoilero spaventosamente).

natalie portman e emmanuel salinger

 

Nei primi minuti del film si viene sinistramente attirati dallo specchietto del paranormale, e per un bel pezzo ci si aspetta che la vicenda giri attorno alla domanda: ci sono (i fantasmi) o ci fanno (le sorelle)? Poi tutto scivola in un’inaspettata autocelebrazione del cinema e del mestiere di attore, mestiere in cui viene catapultata la sorella grande Laura a cui viene proposto di recitare la parte di una medium alle prese con un triangolo amoroso (in cui il terzo incomodo è, manco a dirlo, un fantasma, e l’attore collega è il fascinoso – almeno quello – Louis Garrel).

Da questa avventura cinematografica nasce il rapporto delle due con il produttore André Korben (Emmanuel Salinger), che non si capisce bene di quale delle due si sia innamorato e per non sbagliarsi se le mette in casa entrambe, in modo da poter anche approfittare delle effettive doti da… medium della minore. E qui allora si spera che la svolta sia data da qualche rivelazione da parte dei suoi fantasmi: peccato che un fantasma è di certo il padre, che appare in un insight delle sue visioni che si rivela un inutile cul de sac, e l’altro non si capisce bene chi sia, ma sta di fatto che le sedute diventano rumorosamente erotiche. Ma niente, nemmeno la svolta a luci rosse prende il via.

lily-rose depp planetarium

Allora ci si prova con qualche sfumatura storica che riguarda le origini mal celate del tormentato produttore (non) francese, ma anche qui finisce male, così male, che lui lo mettono in prigione e lì lo lasciamo per sempre. Mentre nel frattempo, per non annoiarci, spunta anche il dottore che diagnostica una malattia incurabile e letale. Per non dimenticare il finale in cui viene scomodata anche l’ignara Rossella O’Hara.

Io però lo sforzo di trovare qualcosa di veramente positivo lo voglio fare: per il pubblico maschile, la Portman regala un nudo senza controfigura del suo fondo schiena; per i linguisti, vi potete guardare la versione originale in cui si passa dall’inglese al francese permettendovi di fare almeno molto esercizio. Sennò c’è l’unica citazione degna di nota: ”Per questo si recita. Perché avremmo voluto vivere alcune cose più intensamente e non lo abbiamo fatto. Così rimpiangiamo e facciamo dei film. Oppure facciamo dei film che poi rimpiangiamo…

natalie portman nuda

Ecco ho spoilerato anche questo…

Manchester by the Sea

C’era qualcosa che non capivo mentre guardavo Manchester by the Sea, qualcosa nell’effetto che mi faceva o meglio che non mi faceva. Poi è arrivato il momento in cui Lee (Kasey Affleck) e il nipote Patrick (Lucas Hedges, nomination per l’Oscar come miglior attore non protagonista) camminano per strada di ritorno dal funerale di Joe (Kyle Chandler). Qui, con l’andatura sgualcita e attentissimi a fingersi distratti mentre in realtà sciolgono i nodi psicologici di tutto il film, i due personaggi rivelano tutta la poetica di Manchester by the Sea. Ecco perché si fatica un po’ a calarsi nella pellicola di Kenneth Lonergan: perché offre un’introspezione tutta al maschile, fatta di ritmi lenti, di implosioni poco eclatanti, di tormenti che bruciano sotto la pelle male anestetizzati da un po’ di birra e due cazzotti. E l’equazione torna se si pensa che l’interpretazione femminile di Michelle Williams, tanto osannata dalla critica e valsa la candidatura agli Oscar, trova lo spazio di pochissimi minuti e si riduce di fatto al pianto disperato che anche chi non ha visto il film può vedere in varie clip in circolazione. Tradotto: le donne che piangono sono molto più facili da raccontare, per le lacrime degli uomini due ore e un quarto di film sono a mala pena sufficienti.

 

 

L’interpretazione psicologica del ritmo del film non è affatto azzardata: il regista e sceneggiatore Kenneth Lonergan è figlio di due psicanalisti, e lui stesso ha rivelato in varie interviste di aver tratto molta ispirazione dalle storie sui pazienti che sentiva raccontare in casa . L’attenzione scientifica alla costruzione dei caratteri non frena in nessun modo la tensione che è molto ben dosata, sempre se prendiamo in considerazione una metrica tutta maschile. La curiosità viene alimentata con dosi piccole ma che provocano una penetrazione irreversibile dello spettatore nella vicenda.

Lee, un uomo solitario che vive lavorando come manutentore di alcuni condomini a Boston, torna a Manchester-by-the-Sea, sua città natale, a causa di un malore del fratello malato di cuore che muore prima del suo arrivo. Poche ore dopo Lee scopre di essere stato designato come tutore legale del nipote Patrick. Da qui veniamo accompagnati a scoprire il passato che tormenta questa famiglia. Sappiamo che c’è una ” brutta storia” che li riguarda, ci sono due famiglie andate in frantumi e non sappiamo perché, ci sono personaggi del passato spariti dalla vita dei protagonisti: un mosaico che viene ricostruito tassello per tassello, girando attorno al perso centrale costituito dal rapporto zio/nipote, come se i due fossero davvero obbligati dalla vita a imparare insieme a ”leggere una mappa”.

Anche il percorso di questo film ha seguito una mappa tortuosa. Il soggetto originale è nato nel 2011 e da un’idea dell’attore John Krasinski e Matt Damon, produttore del film. Originariamente quest’ultimo doveva essere regista e protagonista. I due ne parlarono a Kenneth Lonergan, ma tra varie e sfortunate vicissitudini lo script vide la luce solo nel 2014. In quegli anni Lonergan era più conosciuto come sceneggiatore (Terapia e pallottole e Gangs of New York) che come regista, e stava combattendo una battaglia legale per il suo secondo lungometraggio dietro la camera da presa, Margaret, girato nel 2005 e uscito solo nel 2011. Il progetto di Manchester by the Sea gli era stato proposto proprio per uscire dalla crisi professionale e, in effetti, è valsa la pena dell’attesa. Lonergan (che per soddisfare la vostra curiosità è il passante che per strada critica lo stile educativo di Lee) si è appena portato a casa il meritato Oscar per la miglior sceneggiatura originale, e Kasey Affleck quello di Miglior Attore Protagonista (che potrà sfoggiare in una bella vetrinetta insieme al Golden Globe e al BAFTA), oltre a un altro centinaio di premi in giro per il mondo, di cui molti al ventenne Lucas Hedges che interpreta Patrick.

Uno dei successi dell’anno da vedere assolutamente, consigliato soprattutto alle donne più attente.

I protagonisti insieme a Kenneth Lonergan

Jackie

Lo dice la stessa Jackie: non importa che gli artisti chiamati alla Casa Bianca siano americani, l’importante è avere il meglio. E non poteva esserci momento più attuale perché un cileno entrasse nella storia americana per raccontarla. È proprio lo sguardo esterno di Pablo Larrain, che gira il suo primo film negli Stati Uniti nell’ombelico delle stelle e delle strisce, che libera questo spaccato biografico di Jackie Kennedy da ogni forzatura patriottica e da tutte le mitizzazioni. Non solo. La maniacale riproduzione dei dettagli e dei filmati d’epoca lascia ben poco spazio anche alle critiche sulla ricostruzione storica dei fatti, come se da quelle il regista si volesse difendere a prescindere, in modo da essere certo di mettere in primo piano un punto di vista più intimo. In un certo senso lo spettatore viene liberato dal fardello di improvvisarsi esperto biografo e viene inconsapevolmente condotto a rivolgere l’attenzione altrove, attraverso una fotografia magistrale che traccia senza prepotenze un vero e proprio binario obbligato da seguire.

Ma Pablo Larrain non si limita a raccogliere l’invito di Jackie Kennedy ad entrare nella Casa Bianca, corre altri rischi enormi che diventano la forza di questo film: la sovrapposizione continua dei piani temporali, tutti dominati dal personaggio di Jackie (Natalie Portman), e la volontà di disegnare un ritratto intimo della first lady più iconica della storia.

Andiamo in ordine. A una settimana dagli eventi di Dallas, Jackie Kennedy, già ‘sfrattata’ dalla Casa Bianca, riceve la visita di un giornalista (Billy Crudup), riferimento a un’intervista realmente rilasciata alla rivista LIFE. Da questo incontro scaturisce il suo racconto personale del 22 novembre 1963 e dei giorni successivi, passando per le scene del documentario ”A Tour of the White House” andato in onda nel 1962, procedendo per flashback che non seguono un ordine cronologico. La logica della narrazione è però sapiente e per niente disturbante, non c’è l’intento di confondere o celare colpi di scena, semplicemente quello di seguire l’ordine dei ricordi, come avviene nella mente, ma con il beneficio non indifferente di una regia.

Tutto si gioca tra storia e vissuto personale ma senza mai scivolare nei dettagli sentimentali o nel gossip, con l’intento di scattare l’istantanea di un momento ben preciso. Non manca la riflessione sulla storia e sul ruolo dell’arte e della bellezza: da una parte la storia fatta dagli uomini (e dalle donne), che ci vengono rivelate reali e fragili dietro la maschera dei loro ruoli, dall’altra la funzione degli oggetti e della bellezza: Gli oggetti e le opere d’arte durano più delle persone.

 

Peter Sarsgaard nel ruolo di Bobby Kennedy

Il secondo rischio era quello di un film Portman-centrico, e qui qualsiasi applauso all’interpretazione dell’attrice alla sua meritatissima terza candidatura all’Oscar suonerebbe banale. L’incursione costante sul volto di Natalie-Jackie non è mai soffocante e la sua capacità di disciogliersi nel personaggio è straordinaria. Nella versione italiana possiamo godere ‘solo’ dell’espressività, della mimica e della gestualità, mentre nell’originale è sorprendente come la Portman riesca a imitare anche il tono della voce della first lady. Il risultato è un ritratto tutto femminile per niente scontato (in tutti i sensi), in cui l’introspezione nei momenti più bui viene sempre accompagnata dallo stesso tema musicale distorto, come a segnalare il ripiegamento di Jackie su se stessa negli attimi di profondo cedimento.

 

John Hurt in una delle sue ultime apparizioni nel ruolo del sacerdote.

La scelta di Larrain e dello sceneggiatore Noah Oppenheim è quella di evitare ogni patetismo e di intrecciare insieme le sfaccettature di una donna che in alcuni momenti quasi balbetta ma che poi sa ottenere tutto ciò che vuole. La incontriamo un po’ come la incontra il giornalista, aspettandoci morbosamente i tragici dettagli dello sparo, per poi invece sentirceli raccontare come indelebile ferita umana di una donna che non riesce a raccogliere i pezzi del cervello del marito ma, forse anche grazie alla sua vanità, sa tenere insieme tutta la sua dignità con cui marchia indelebilmente la storia. Lei ha fatto per questo paese negli ultimi giorni qualcosa che lascerà il segno. È questa la storia. L’intera nazione ha seguito il funerale dall’inizio alla fine. Anche tra molti anni il paese avrà memoria della sua dignità, della sua maestà, lei sarà ricordata da tutti.

 

 

Sabbie Nere-Black Sands

Cristina Moglia in Sabbie Nere contro l'alienazione genitorialeOggi qui sulla Banchina del Ghiaccio vogliamo fare un’incursione nel mondo dei corti indipendenti, presentandovi Sabbie Nere-Black Sands. Il cortometraggio girato in Sardegna, autoprodotto da Mariangela Campus con la regia di Isidoro Ventura P, vede come protagonisti volti noti degli schermi e dei palcoscenici italiani, quelli di Cristina Moglia e Marius Bizau. Sabbie Nere-Black Sands affronta un tema sociale tanto radicalmente diffuso quanto sottaciuto, quello dell’Alienazione Genitoriale che, al di là delle definizioni psicologiche, è il fenomeno che coinvolge i figli in separazioni molto conflittuali in cui uno dei due genitori mette in atto una vera e propria esclusione dell’altro dalla vita dei figli. Non solo quindi il cortometraggio si fa portavoce di una vasta problematica sociale, ma lo fa anche coraggiosamente mostrandocela dalla prospettiva più inaspettata ma purtroppo in espansione, quella in cui è la madre a subire il processo di alienazione, ispirandosi tra l’altro a una vicenda autobiografica. La personale consapevolezza di questo dramma emerge palpabilmente nel modo in cui viene rappresentata la solitudine del genitore alienato e la personalità del genitore alienante, aspetti cardine del cortometraggio e per nulla ritoccati ad arte. Sabbie Nere-Black Sands è stato già premiato al Festival Internazionale del Cinema di Salerno con il premio a Cristina Moglia come migliore attrice protagonista e quello a Mariangela Campus per la migliore produzione, ed è appena approdato negli Stati Uniti dove è in finale al The Women’s Film Festival di Philadelphia.

Cortometraggi indipendenti produzione cortometraggi women's film festival philadelphia

Abbiamo fatto qualche domanda alla produttrice Mariangela Campus.

Quando e come sarà possibile vedere il cortometraggio in Italia?

Ancora non sappiamo quando sarà possibile vedere il corto nelle sale cinematografiche, è prevista la sua partecipazione ad altri festival internazionali e la sua proiezione nelle scuole all’interno di un progetto di sensibilizzazione sull’ alienazione che abbiamo già sperimentato in un Liceo psicopedagogico di Salerno durante il Festival, con grande successo. Ho ricevuto richieste da parte di istituti superiori e Università per poterlo utilizzare durante seminari di studio e da qui è nato il progetto scuola con l’associazione F.L.A.Ge e con il patrocinio del Ministero dell’Istruzione.

Quali sono state le maggiori difficoltà e quanto tempo è passato tra l’idea e l’effettiva realizzazione del cortometraggio?

Le difficoltà maggiori sono state produrre un corto di qualità elevata facendolo rientrare nel budget a mia disposizione, trovare i macchinari giusti e le persone giuste. In questo mi è stato di fondamentale aiuto il regista Isidoro Ventura P .

All’inizio il soggetto era partito per essere un libro, che c’è ancora, ma non lo trovavo d’impatto e ho pensato che le immagini sarebbero state più dirette.

Ho proposto la mia storia a Cristina Moglia che ho sempre apprezzato come attrice, lei è rimasta entusiasta e mi ha presentato il regista. Abbiamo avuto un anno di comunicazioni telefoniche e di incontri tra Quartu e Roma per organizzare tutto e trovare il resto del cast e le location, è stato un bel lavoro di squadra perché tutti hanno capito la sofferenza di questa madre vittima di alienazione.

 

Da quali altri festival possiamo aspettarci sorprese?

Penso e spero da altri festival oltremare e qui una piccola anticipazione…anche nel Sol Levante.

In bocca al lupo a Sabbie Nere – Black Sands e all’attività di F.L.A.Ge

Alienazione genitoriale Italia Parental Alienation Italy

Ph: Karen Natasja Wikstrand

La La Land

Sì lo ammetto, sono entrata e uscita scettica dalla proiezione del film sulla bocca del mondo intero, eppure sono due giorni che canticchio e faccio le scale di casa solo in modalità ballerina di musical. La notizia certa è che il vaccino per la La La Fever non è stato ancora inventato. Lo dimostrano le 214 nominations e i 144 premi a oggi vinti dal film scritto e diretto dal trentaduenne Damien Chazelle, e girato in due mesi nell’estate del 2015.

la la land recensioni film italia In questi giorni la parola ‘musical’ viene pronunciata anche dall’ultimo dello spettatore, quello che magari di musical non ne ha mai visto uno ed è ignaro delle decine di citazioni presenti nel film (Cantando sotto la pioggia, West Side Story, Moulin Rouge, Grease e Gioventù Bruciata solo per citarne alcune). E questa è la chiave del successo di La La Land, il fatto di essere ricercato nei riferimenti ma allo stesso tempo all’altezza di tutti gli infiniti target. Anche se, volendo andare a cercare a fondo le ragioni pubblicitarie di tanto successo planetario, non è difficile riconoscere una grande e melensa autocelebrazione dell’universo hollywoodiano, che, è il caso di dire, se la suona e se la canta da solo.

 

Capire cos’altro funziona così bene in La La Land senza una leggera spruzzatina di spoiler è praticamente impossibile. L’effetto sorpresa non è dato tanto dal finale ma dal montaggio, potremmo benissimo dire dal montaggio della storia d’amore tra Mia e Sebastian, sulla quale scopriamo in sala di essere stati tutti confusi ad arte dai trailer, e in certo senso tiriamo anche un sospiro di sollievo capendo che non è tutto così scontato come sembra. Anzi, in quel mondo ovattato in cui i protagonisti squattrinati sono sempre bellissimi e hanno un vestito diverso per ogni mezza giornata, ci sorprendiamo nella scena della cena (se qualcuno sa dirmi che cosa è quella cosa enorme che brucia in forno gliene sarei culinariamente grata) a scoprire due personaggi che tanto assomigliano a tutti noi in quel realistico momento in cui l’io si scontra col noi e la puntina del vinile nella nostra testa salta producendo suoni fantasmagorici. Un po’ come una jam session che finisce tragicamente, ma in fondo su questo Mia era stata istruita. Va da sé che anche il montaggio di Tom Cross è candidato agli Oscar.

recensioni la la land spoiler la la land

Tra le 14 nominations, anche quella per i costumi, creati da Mary Zophres perché si armonizzassero alla perfezione con le scenografie di David Wasco, anche queste candidate all’ambita statuetta. Tutti elementi che contribuiscono a un altro ‘effetto speciale’ di La La Land, quello di creare un’atmosfera sospesa tra un passato nostalgico e un presente tecnologico in cui, se non fosse per gli smartphone usati dai protagonisti già nelle prime scene, verrebbe spontaneo chiedersi in che epoca è ambientato il film.

Per riassumere, prendete una storia d’amore con colonna sonora e sorpresa nella trama, il tutto proiettato in una Hollywood assolutamente fashion e pervasa dal cliché dell’ambizione e non solo someone in the crowd, ma la folla intera sarà conquistata.

emma stone la la land scene tagliate

Allied – Un’ombra nascosta

Non starò qui a dirvi che da perfetta rappresentante del gentil sesso, in sala per Allied ci sono entrata con il preciso obiettivo di rendermi conto, in una scala da 1 a 10, quanto Brad Pitt ne uscisse cornuto e mazziato. Per tutto il resto ho dovuto fare per qualche secondo mente locale su chi erano i buoni e i cattivi, gli inglesi, i tedeschi e i francesi in una Casablanca così glamour che, oltre al gossip, anche i bellissimi costumi ispirati all’omonima pellicola del 1942 mi hanno fatto perdere la concentrazione.

brad pitt allied spoilerMa nonostante tutte le distrazioni, l’intrigo è facile da ricostruire: Max Vatan (Brad Pitt) è una spia canadese al servizio di Sua Maestà che viene letteralmente spedito a Casablanca dove deve incontrare Marianne Beauséjour (Marion Cotillard), collega francese, di cui fingersi il marito e con cui assassinare un ambasciatore tedesco. L’operazione riesce così bene che nella fuga – misteriosamente indisturbata – ci scappa pure la proposta di matrimonio vero e i due piccioncini si stabiliscono a Londra, dove vivono felici tra un bombardamento e un altro finché Max non viene convocato dalla temibile Sezione V. La comunicazione che gli viene fatta è cosa nota: se nel giro di poche ore non viene smentito il dubbio che sua moglie sia una spia tedesca, sarà lui stesso a doverla uccidere.

allied un ombra nascosta locandina

Effettivamente quanto di storico c’è nel diciottesimo film diretto da Robert Zemeckis serve solo da cornice. La vicenda non ha nessun riferimento documentato e pare sia nata da un racconto presumibilmente vero che la fidanzata inglese aveva fatto all’allora ventenne Steven Knight, che poi diventato sceneggiatore non ha mai dimenticato quella storia di spie così cinematografica. In molti hanno evidenziato una certa mancanza di accuratezza nei dettagli storici, tra uniformi, aerei e bombardamenti sbagliati, spie professioniste che si fingono parigine con l’accento canadese e perfino padelle e maniglie inesistenti a quell’epoca, ma dopo tutto il vero tema di Allied è più antico della seconda guerra mondiale ed è l’eterno binomio amore/dubbio.

Dubbio che viene istillato sapientemente e con dosato equilibrio per tutta la seconda metà del film, mentre la guerra diventa sempre più solo il lontano scenario di una struggente vicenda sentimentale. Da una parte il marito-che-tutte-vorrebbero Max che si fa in quattro per dimostrare l’innocenza della moglie. Dall’altra la moglie e madre Marianne che lentamente dismette i panni di femme fatale ed è sempre meno brava a fingere travolta dai quei sentimenti che tanto bene riusciva a congelare al caldo di Casablanca. A questo punto qualunque donna come me, entrata in sala solo per difendere il povero Brad, si ritrova davanti alle vere sorprese del film.

Innanzi tutto chiunque con un minimo di senso critico deve ammettere che, se pur mantenendo tutto il suo fascino, il bel cinquantenne vive di rendita e si può permettere la stessa espressione-da-Brad-Pitt per tutto il film, non importa se stia facendo uno squillo a casa per dire che ritarda inventandosi balle (situazione ordinaria) o se debba rispondere al telefono di casa mentre lei gli si è infilata sotto le lenzuola e lui sa benissimo che l’attesa telefonata serve a scoprire se lei è una spia o no (situazione decisamente molto meno ordinaria).

La seconda sorpresa è che nessuno vince o perde davvero, come ci si aspetterebbe, e se c’è una figura che viene elogiata con tragica delicatezza è proprio quella femminile. L’ombra c’è, ma nel delicato equilibrio di luci e oscurità della vita di una donna, spia o non spia che sia, quello che c’è da tenere nascosto è quello che in altre storie sarebbe dato per scontato.

allied un ombra nascosta recensione

GGG – Il Grande Gigante Gentile

Dio salvi la regina, e la regina salvi il GGG! Tra orde di nanetti in libera uscita, sono finita quasi per caso in sala davanti al Grande Gigante Gentile, l’ultimo film di Steven Spielberg che torna dopo anni a rivolgersi al pubblico di tutte le età con la storia tratta dall’omonimo romanzo di Roal Dahl, uscito, tra l’altro, nel 1982, stesso anno in cui E.T. chiedeva di fare uno squillo a casa e senza smartphone.

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La spavalda ma malinconica Sophie viene rapita dall’orfanotrofio dove vive da un misterioso gigante notturno che la porta fin dentro la sua grotta dove, solo apparentemente, vuole metterla in padella con dei putridi cetrionzoli. Subito tra i due nasce una profonda amicizia che li porterà poi a vivere insieme il resto dell’avventura tra mondo dei giganti e mondo degli urbani, secondo lo schema bambino/diverso buono che si ripete dopo 35 anni.

bfg-poster-05152016Già, sono lontani i tempi in cui Elliott correva tra le pannocchie tenendoci tutti col fiato sospeso fin dai primi minuti di E.T.. Però da allora Spielberg una grande lezione della narrazione per fanciulli grandi e piccini sembra averla capita: quando non sai come attirare l’attenzione, con un po’ di flatulenza generale si risolvono tutti i problemi. E funziona (anche E.T. a pensarci bene aveva scoperto la potenza comica del ruttino)! Sì perché finché non si arriva alla svolta delle puzzette regali, non si riesce proprio a trovare il bandolo della matassa de Il Grande Gigante Gentile. Forse perché tra storie di orfani di dickensiana memoria, viaggi gulliveriani, l’annoso tema del bullismo tra giganti, il cattivo che sembra cattivo solo per poco ma è ovviamente buonissimo, la fabbrica dei sogni, i disturbi del linguaggio del finto cattivo ma buono, la solitudine e la sofferenza (ma poi il bambino con la giacca rossa chi era??), insomma per dirla come il GGG tra grandi trionfoni e uno spizzico di tormentino, il film proprio non decolla. Almeno finché una spassosissima regina d’Inghilterra non fornisce i suoi elicotteri da guerra. Dopo la parabola comica però, il film si conclude in una colata caramellosa di buoni sentimenti in cui trionfa la telepatia tra i due amici costretti dalla propria diversità a starsene lontani (e poi…perché?).

GGG - Il Grande Gigante Gentile recensione

Certo la prova tecnica del digitale è del tutto superata, ma forse l’incontro tra l’originale romanzo di Roal Dahl e il grande maestro dell’avventura fantasy poteva portare a esiti più memorabili, invece con un’eccessiva smania di commuovere espressa quasi accademicamente, il target de il Grande Gigante Gentile risulta indefinito, con troppi ingredienti nel calderone per il pubblico dei più piccoli e un mancato coinvolgimento per quello dei più grandi. Accompagnate comunque i vostri figli per ricordare loro che non ci si butta dalla terrazza come fa Sophie per provocare il suo enorme amico, nella vita reale il Gigante non verrà a salvarvi (eppure Spielberg di figli ne ha cresciuti sei!).

Lion – La strada verso casa

lion premio oscar dev patel rooney mara nicole kidman la locandina di lion la strada verso casaLion – La strada verso casa, è il primo lungometraggio di Garth Davis, uno dei più famosi registi di spot pubblicitari al mondo, e non è così difficile riconoscere nel film le scelte di un ottimo venditore, tanto bravo da essersi già guadagnato, tra le altre, 4 nominations ai Golden Globe. Che la trama sia tra le più toccanti di questo Natale lo si capisce bene anche dal trailer, in cui viene già rivelato che il film è tratto da una storia vera, quella di Saroo Brierley e della sua tragica esperienza. Nato in India da una famiglia poverissima, a 5 anni si addormenta su un treno che lo porta a 1500 km da casa per poi essere adottato da una famiglia australiana dopo essere stato salvato dalla strada. Di fatto il trailer già spoilera (quasi) tutta la trama, ed è la narrazione a lasciare sorpresi ad inizio visione, perché il film non si sviluppa per flashback ma segue l’ordine cronologico della storia, tenendoci in India per tutta la prima metà a seguire con gran patema le vicissitudini del piccolo Saroo (e i sottotitoli), per poi trasferirci in Australia, improvvisamente sollevati dal vederlo cresciuto più che bene, benissimo, se non per il fatto che ormai uomo inizia a sviluppare l’ossessione delle sue origini. Nella seconda parte il balzo temporale si avverte un po’ troppo drasticamente, perché ci sono aspetti profondi nei legami con la nuova famiglia che nella pellicola trovano tempo solo di fare capolino e di permettere a Nicole Kidman, che interpreta la madre adottiva, di farci giusto intravedere un personaggio troppo complesso per restare sullo sfondo, così come i legami tra i membri della famiglia che aprono una storia nella storia poco approfondita nonostante le due ore di film.

 

lion la strada verso casa scena finale spoiler e trama

 

Gli ingredienti emozionali ci sono innegabilmente tutti, con l’aggiunta di qualche agente lievitante rubato al mondo della pubblicità, come il tema musicale originale molto trascinante, i colori leggermente patinati, la fotografia che spazia sapientemente dai primissimi piani che indagano i personaggi ai grandi paesaggi indiani e australiani. La storia è così incredibile che verso la fine ci si dimentica quasi che sia vera, colpa forse dell’allure un po’ troppo saponata del ritorno a casa del bell’eroe interpretato da Dev Patel, che per questo ruolo ha messo su qualche buon chilo di muscoli e l’aria da sex symbol che gli mancava. Non si può che augurarci che mantenga questo look, ma forse nel film l’effetto è un po’ troppo cinematografico, visto che nel finale ci si chiede cosa avrà mai mangiato il protagonista in Australia da averlo reso così alto e pallidino rispetto ai compaesani ritrovati. Il colpo di fulmine è comunque inevitabile per Sunny Pawar, il piccolo attore di 8 anni che interpreta Saroo da bambino, scelto tra più di 2000 candidati nonostante non parlasse una parola d’inglese, e che tra premi e nomination personali in giro per il mondo è già a quota cinque.

 

sunny pawar è l'attore che interpreta saroo il bambino di lion la strada verso casa recensione

 

Dopo una certa assuefazione alle emozioni, negli ultimi secondi si viene catapultati nella storia vera, sorpresa che riporta anche lo spettatore più glaciale a commuoversi di nuovo, anche perché veniamo a conoscenza dell’impegno sociale della produzione del film nei confronti del dramma di 80000 bambini che ogni anno risultano scomparsi in India e per i quali a volte un cucchiaio trovato in una discarica può essere più provvidenziale di google earth.

Se Garth Davis fosse stato poco più narratore e poco meno venditore, forse un pacchetto di fazzoletti non basterebbe per questo film da vedere assolutamente.

Animali fantastici e dove trovarli

Animali fantastici e dove trovarli locandinaNel caso vi trovaste seduti sulla poltrona del cinema a guardare Animali fantastici e dove trovarli per puro caso, e negli ultimi 20 anni aveste vissuto completamente digiuni di Howgarts, Silente e compagnia (ma dove eravate, su Marte?), allora avete assolutamente bisogno di questa recensione per babbani. Premessa essenziale: il film è una sorta di spin-off della saga harrypottiana e si basa sul libro omonimo, scritto nel 2001 dalla Rowling come fosse un testo scolastico della scuola di magia di Howgarts (quella frequentata da Harry Potter nei sette libri/film principali). Mentre il libro in questione è un’enciclopedia delle creature fantastiche per studenti di magia che porta la firma dall’espertissimo magizoologo Newt Scamander, il film, che vede la Rowling nel ruolo di sceneggiatrice, racconta il viaggio di lavoro di Scamander a New York nel 1926, quindi in un’epoca molto precedente alle avventure del maghetto sul suolo britannico.

Da subito sono numerosi i riferimenti all’universo magico di Harry Potter, ma senza entrare nei dettagli, per non sentirsi spaesati, basta sapere che qui il mondo magico convive in parallelo con quello dei babbani (che saremmo noi comuni mortali senza poteri di nessun tipo), con tanto di scuole e ministeri dagli accessi segreti a noi invisibili.

Una volta assodato questo sinteticissimo ABC, lasciatevi coinvolgere dal film senza troppe domande e senza andarvi a vedere tutti gli Harry Potter, perché innanzi tutto qui Harry non c’è, e poi perché se c’è una magia che la Rowling sa fare benissimo, è quella di riuscire a tenere insieme tutte le tessere del puzzle, senza tralasciare niente, e facendo tornare tutto quello che sembra non tornare fino all’ultimo momento, in una tela intrecciata con un’infinita fantasia sostenuta sempre da una solida impalcatura logica. Per esempio vi chiederete almeno 10 volte chi sono veramente i cattivi, perché anche in questa nuova saga la lotta tra bene e male è centrale, ma sempre da quella prospettiva incerta e mai banale su quali siano i personaggi da temere veramente (che poi anche per noi babbani non è che sia tanto diverso…). A tutto questo si aggiungono i rapporti diplomatici, l’assurdità delle leggi, le frustrazioni del lavoro ‘statale’, l’ecologia e la salvaguardia degli animali (fantastici)… temi a quanto pare di grande attualità anche nel mondo della magia.

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Anche il cast è da favola e se, fidanzate o mamme, proprio non riuscite ad appassionarvi agli strani animaletti poco domestici, sicuramente potrete apprezzare Eddie Redmayne che resta uomo per tutto il film (e pure di quelli tutti fascino, spettinatura e calamite negli occhi) o Colin Farrel che tra l’altro si trasforma in Johnny Depp (cosa volete di più??) che compare però come special guest solo per pochi secondi. Bilanciati e altrettanto affascinanti i due personaggi femminili, le sorelle yin e yang della femminilità interpretate da Katherine Waterstone e Alison Sudol. Tutti diretti da David Yates, regista degli ultimi 4 Harry Potter. E se siete stati colpiti dall’incantesimo niente paura, sono già stati annunciati ben quattro sequel che ci catapulteranno ancora per anni in questo mondo affascinante che scaturisce senza limiti dal genio della Rowling.

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