La banchina del ghiaccio

sogni di celluloide

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Un re allo sbando

Un re allo sbando locandina Presentato alla 73ª edizione del Festival del Cinema di Venezia, Un re allo sbando è una commedia con un umorismo tutto belga, anzi fiammingo per essere precisi, i valloni al contrario, avrebbero avuto quella scintilla latina molto più confusionaria e caciaronesca.

La trama è semplice ed ha tutti i presupposti per essere un film intrigante e ironico: Nicolas III (Peter Van den Begin), re del Belgio in visita ufficiale in Turchia, viene raggiunto dalla notizia che la regione  della Vallonia ha dichiarato l’indipendenza, motivazione: Siamo stufi.  Il povero sovrano vorrebbe tornare in patria per cercare di salvare il paese, ma un’inopportuna tempesta solare blocca la delegazione reale nella capitale turca. Il re, allora, propone un viaggio via terra attraverso i Balcani, cosa a cui si oppone il ristretto numero di collaboratori e le autorità locali, ma trova l’appoggio del regista “di corte” che vede nell’avventura una possibile opportunità di tornare sulla cresta dell’onda. La fuga ha inizio.

“I Balcani sono instabili” è il mantra ripetuto a re Nicolas per spaventarlo. L’instabilità fa paura all’occidente, un’instabilità fatta di feste paesane, curiosità  e storie non narrate, e il film li percorre in lungo e largo attraverso espedienti che sono piacevoli, ma che stentano a far ridere sul serio. Quello che ne viene fuori è un sorriso un po’ amaro e una sottile critica alla monarchia belga realizzata con raffinatezza, rovesciando le reali tensioni sociali che attraversano il piccolo stato europeo. (La maggioranza degli scissionisti in Belgio sono in realtà i fiamminghi che non hanno mai amato una monarchia quasi totalmente francofona).

Un re allo sbando recensione

Ma anche da un punto di vista umano si pongono delle domande: un sovrano costretto a fare il sovrano con tutte le solitudini che ne derivano dalla carica, può rappresentare una nazione?  È umanamente giusto?

Non lo sappiamo, perché quando il re sembra abbandonare emotivamente il suo titolo durante una riflessione notturna che potrebbe essere una splendida fine, si ritrova, dopo altre peripezie, ad agire come un re. Il re deve fare il re e questa è la sola realtà che conosce.

Un re allo sbando film

 

L’unica figura che vorrebbe essere fuori dagli schemi è il regista inglese al seguito della delegazione reale: Duncan Lloyd (Pieter van der Houwen).  Un personaggio smanettone ed intrallazzone che non si addice alla sua nazionalità e che nonostante il tentativo di renderlo alternativo, alla fine risulta fiammingamente ingessato anche lui.

Il film è in fin dei conti piacevole e con una bella fotografia e consiglio di guardarlo con una buona scorta di birra d’abbazia in frigo, sopra gli otto gradi le battute potrebbero far pure ridere.

Un re allo sbando mockumentary

Trainspotting 2

Trainspotting 2 locandinaTrainspotting 2. La storia riprende da dove l’abbiamo lasciata nel lontano ’97. Mark Renton è ancora ad Amsterdam  dove è fuggito con il malloppo e dove si è rifatto una vita lontano dall’eroina, mentre tutto il resto della truppa vivacchia ancora a Edimburgo:  Sick Boy (adesso si fa chiamare con il suo nome, Simon) ricatta uomini importanti con l’aiuto di una giovane prostituta, Spud ha smesso con la roba ma ha perso gli affetti più cari e Begbie è finito in carcere.

Mark torna in Scozia ed atterra in una Edimburgo moderna, turistica e multiculturale. Anche a lui non è andata bene, il dipartimento dove lavora sta chiudendo, sta divorziando e ha una vena artificiale che deve cambiare ogni trent’anni.

Il film parte lento per permettere ai personaggi di far pace con se stessi e con gli spettatori in una catarsi violenta e malinconica che li catapulterà in una nuova avventura: aprire una sauna/bordello in uno stabile abbandonato del porto. Inizia, così, la ricerca del denaro che si intreccia con la caccia paranoica di Begbie, fuggito di galera e intenzionato a farla pagare all’ex amico per la vecchia storia delle 16000 sterline.

Lo spirito nichilista di una generazione dei sobborghi di Edimburgo, città tutto sommato “posh” rispetto alla Glasgow operaia o la pericolosa Dundee, ritorna per riportarci ad una realtà fatta di personaggi sopravvissuti agli “scheme” britannici di case popolari dove l’unica fuga è lo sballo, e vent’anni dopo ci propina quello che i motivatori degli anni duemila non ci diranno mai:  nessuno è riuscito a farcela.

Trainspotting 2 recensione

Ispirato molto liberamente al romanzo Porno (di Irwine Welsh), Danny Boyle ebbe l’idea di un sequel fin dai tempi di Trainspotting, ma saggiamente ha atteso vent’anni per rendere il corso del tempo più reale sulle facce dei protagonisti e tirare fuori al meglio la loro parte narcisista.

Trainspotting 2 film

Si ride e si ricorda, qualcuno lo ha definito un film per quarantenni, e forse è vero, sono gli unici che hanno vissuto quei tempi e sono pressoché coetanei degli attori. Sono coloro che si ricordano e capiscono i tossicodipendenti eroinomani e inaffidabili: “Prima c’è l’occasione, poi il tradimento.”

E come reitera Sick Boy ancora pieno di odio verso Mark per la truffa: “Non vedo perché non avresti dovuto farlo, mi sarei stupito del contrario.”

Ma non è solo questo, la maturità non ha migliorato le loro condizioni sociali e le speranze rimangono sempre quelle di sbarcare in qualche modo il lunario, come vent’anni prima. E finalmente attacca Lust for Life.

Grizzly Man [W.Herzog (2005)]

Grizzly Man W.Herzog 2005

Ma si può? E che diamine! Metti che nasci in Florida, a 19 anni ti trasferisci a Los Angeles per fare l’attore (strano, non lo fa nessuno). Poi però il fatto d’essere arrivato secondo per una parte in una sit-com (CìN-CìN) a favore di Woody Harrelson,  ti provoca un trauma insanabile che ti lancia nella droga barra alcohol.

Woody Harrelson, vabbé, mica Pippo Franco. Uno che tutto sommato poi ha avuto una carriera piuttosto dignitosa. Dovresti sentirti quasi lusingato.

Poi a un certo punto vai in overdose e non si sa perché, uscito dal coma, senti il bisogno di diventare un orso. Hai letto bene: un orso.

E allora vai in Alaska e dai il tutto per tutto per la causa dei plantigradi: proteggere a costo della propria vita, quella degli orsi (purtroppo non è chiaro il passaggio che va dal letto d’ospedale alla tenda in Alaska accanto alla tana dei Grizzly).

Questa, in buona sostanza, la vita di Timothy TreadWell, detto Timmy.
Per carità, causa nobilissima quella dei plantigradi, ma c’è un piccolo particolare: il posto che ha scelto per condurre la sua battaglia è un’oasi incontaminata, area già ultraprotetta, dove una comunità di 3500 esemplari di grizzly, stipati come aringhe, prospera beatamente, senza che nessuno disturbi loro il karma. Cioè, non c’è altro essere vivente sul pianeta che se la passi bene come quei chiapponi pelosi di quell’isola, Kodiak mi pare si chiami, ma Timmy nonostante tutto sente l’urgenza di proteggerli.

Sarebbe come trasferirsi sul Gran Paradiso per difendere le marmotte, o volare in Jamaica per lottare contro il proibizionismo.
E poi Timmy si convince che ogni orso sia suo amico, mentre ogni tanto qualcuno di quei bestioni al massimo lo fissa con sguardo ottuso e continua a farsi i fatti propri senza calarselo minimamente. Emblematico quello che dice l’inuit intervistato: “Timothy Treadwell è un idiota sesquipedale, perché non gli si può fare servizio peggiore a quegli orsi, che abituarli alla presenza umana”.
Ecco, dopo 13 anni di barricate contro nessuno, un orso si rompe le scatole e se lo mangia, e di contorno si mangia la sua fidanzata.
Effetto? L’orso viene abbattuto.

Ottimo lavoro, Tim!
Se questo non è il genio del millennio…

Grizzly Man recensione
Per capire guesto film non bisogna concentrarsi sugli animali pelosoni. Né sui grizzly, né sulle volpine simpatiche. Gli animali non c’entrano, al posto degli orsi rognosi ci poteva essere qualunque altra cosa che ossessionasse il povero Tim, e la sostanza non cambiava. Questo è un film sulla paranoia, sulla pazzia, su come una mente debole finisca per rifugiarsi in mondi immaginari per reazione a traumi. Gli orsi sono l’equivalente dei libretti di preghiere dei fondamentalisti islamici/protestanti/cattolici o altre fisse più stilose di tanta altra gente.
Tim (pace all’anima sua), s’avvitava su se stesso. Degli orsi, come dimostrano alcuni intervistati, aveva capito molto poco, come forse io di questo film.
Sì, ci sono scenette ultramelense, con le volpi o i cuccioli d’orso, Ma questo è un horror!!! Come ha detto Enrico Ghezzi, questo è un Blair Witch Project fatto bene.
Quello che amo di Herzog, e di questo documentary, è proprio l’immagine che riesce a dare di una realtà popolata da BESTIACCE (“quello che vedo in questi sguardi d’orso non è altro che l’overwhelming indifference of nature…e il totalizzante, meccanico ed esclusivo bisogno di cibo”)…e questa pura verità vibra su una lunghezza d’onda talmente lirica, talmente poetica, da creare un contrasto che ferisce. Il povero timotyno treadwell , era il disadattato-modello di quest’epoca di mezzo, coi paraocchi,bipolare e sciocco. Eppure, a forza di vivere in quei paesaggi, alcuni grani di bellezza assoluta è riuscito davvero a filmarli.
Quando si fa un documentario montando del materiale d’archivio c’è bisogno di selezionare il materiale in modo che alla fine il montaggio abbia un senso. Ecco, Grizzly Man sembra completamente sceneggiato, anche se il tutto è accaduto realmente.
Finalmente, c’è da dire che siamo difronte a un, senza mezze misure,

C-A-P-O-L-A-V-O-R-O A-S-S-O-L-U-T-O.
Il più bel documentario che io abbia mai visto. Forse una delle tre migliori opere del gran poliedrico artista inqualificabile che è Werner Herzog. Non sembra nemmeno un documentario talmente è incredibile e drammatica la costruzione del racconto.
E’ un film degli anni zero, ma valeva la pena ricordarlo. Da vedere rigorosamente in Eng sub Ita.

Buona visione

La Felicità è un sistema complesso

La Felicità è un sistema complesso locandinaQuesto film parte dispari. Inizia con Mastandrea, schiacciato contro un muro, di notte, con una parrucca in testa, vestito anni ‘70. E non si capisce bene dove siamo, quando siamo, chi è quel tizio un po’ banale che lo aggancia in discoteca, e cosa sta a significare quella musica.

Poi piano piano la morsa si allenta, e si aprono alcuni sprazzi che lasciano intendere la trama. Ecco, una volta tanto un film che pretende dallo spettatore una certa attenzione.  Ma nonostante questo, tutto quanto rimane un pochino dispari, come l’ambientazione stessa: Trento. Trento? (Un giorno gli archeologi scopriranno che il cinema negli anni 10 del terzo millennio, veniva finanziato dalle giunte regionali).

Mastandrea è il solito bravo Mastandrea in questo ruolo donchisciottesco di “dissuasore per incapaci figli di papà indegni ereditieri del fottuto patrimonio imprenditoriale nazionale”, ricchi figli di ricchi, buoni solo “a organizzare tornei di Playstation e ingolfare Maserati”. La ragazza israeliana è un elemento destabilizzante ma anche se non c’era cambiava poco. E invece no, anche lei ha la sua funzione distopica, per come entra nella storia, e per come si inserisce nel mondo senza appigli del protagonista.

Filippo e Camilla , i due fratellini contro cui il protagonista va a sbattere, sono persone pure, ingenue, che sperimentano l’ampio spettro di reazioni che si subisce, quando la propria vita viene shakerata dalla morte.

La Felicità è un sistema complesso recensione

Film da vedere, puro cinema italiano sociale, anche se in veste techno jungle, si parla di società e  non ci si rifugia nelle storie/dramma ultra private/intime con gli attori che parlano sottovoce e c’hanno il viso ucciso e non si capisce icchè dicano. Qui si parla di un Paese che è una terra di mezzo sempre più prossima all’abisso, e della gente che ci vive sopra e si arrabatta.

Ma non c’è nessuna morale, o per lo meno non ce la vedo io.

Ennesimo esempio di una oramai sedimentata “sorrentinizzazione” del cinema italico, con fotografie curate, pochi spiegoni (menomale), e momenti catartici sottolineati da musiche elettro-pop: beh, poteva andarci peggio. In fondo anche i Litfiba in terremoto suonavano un po’ in stile Nirvana.

Un motivo per vederlo: Battiston tutto azzimato ed elegante con gli occhi azzurri

Un motivo per non vederlo: Nessuno, a meno che si disprezzino alacremente le canzoni dei Cani

Animali Notturni

Animali Notturni recensioneANIMALI NOTTURNI del neo-mammo Tom Ford inizia con delle anziane obese piuttosto deformi che ballano nude in pieno stile majorette.

Ma il weird finisce subito, ed è subito fashion, ed è subito alto-borghesia in sofferenza.
“Credimi, il nostro mondo è molto meno doloroso del mondo reale” sostiene uno dei personaggi, ed è attorno a questa disillusione che gira la storia.

Jake Gillenall non sembra abbastanza “stiloso” per un film di Tom Ford, difatti fa la parte del pulcino bagnato, il morto di fame che ha bisogno dei ricchi. Lei invece, Amy, è ricca ma tradita sistematicamente dal marito, ma quello sarebbe anche il meno: la verità è che è soprattutto infelice.

Il mondo là fuori forse è brutto e sgraziato, ma fottutamente vivo rispetto alle superfici laccate e le facce tirate del proprio sottomondo.

Animali Notturni film
Il suo ex, aspirante scrittore, che lei 20 anni prima ha lasciato perché troppo sfigato, invia il manoscritto del suo primo romanzo, dedicato a lei, e annuncia che dopo pochi giorni sarà a New York.
E qui comincia la meta-storia in cui ci si immedesima nel romanzo , un thriller on the road alla The hitcher, in un certo senso quello che succede in una dimensione è un’allegoria della loro storia defunta decenni prima…e poi basta……. guardatelo.
Avevo deciso di vederlo perché con l’ultimo film, Tom Ford e i suoi Fox Terrier a pelo corto, ci aveva ammaliato tutti (http://tinyurl.com/zogyshf ).

Anche questo è un film forse disinnescato, ma godibilissimo.

Manchester by the Sea

C’era qualcosa che non capivo mentre guardavo Manchester by the Sea, qualcosa nell’effetto che mi faceva o meglio che non mi faceva. Poi è arrivato il momento in cui Lee (Kasey Affleck) e il nipote Patrick (Lucas Hedges, nomination per l’Oscar come miglior attore non protagonista) camminano per strada di ritorno dal funerale di Joe (Kyle Chandler). Qui, con l’andatura sgualcita e attentissimi a fingersi distratti mentre in realtà sciolgono i nodi psicologici di tutto il film, i due personaggi rivelano tutta la poetica di Manchester by the Sea. Ecco perché si fatica un po’ a calarsi nella pellicola di Kenneth Lonergan: perché offre un’introspezione tutta al maschile, fatta di ritmi lenti, di implosioni poco eclatanti, di tormenti che bruciano sotto la pelle male anestetizzati da un po’ di birra e due cazzotti. E l’equazione torna se si pensa che l’interpretazione femminile di Michelle Williams, tanto osannata dalla critica e valsa la candidatura agli Oscar, trova lo spazio di pochissimi minuti e si riduce di fatto al pianto disperato che anche chi non ha visto il film può vedere in varie clip in circolazione. Tradotto: le donne che piangono sono molto più facili da raccontare, per le lacrime degli uomini due ore e un quarto di film sono a mala pena sufficienti.

 

 

L’interpretazione psicologica del ritmo del film non è affatto azzardata: il regista e sceneggiatore Kenneth Lonergan è figlio di due psicanalisti, e lui stesso ha rivelato in varie interviste di aver tratto molta ispirazione dalle storie sui pazienti che sentiva raccontare in casa . L’attenzione scientifica alla costruzione dei caratteri non frena in nessun modo la tensione che è molto ben dosata, sempre se prendiamo in considerazione una metrica tutta maschile. La curiosità viene alimentata con dosi piccole ma che provocano una penetrazione irreversibile dello spettatore nella vicenda.

Lee, un uomo solitario che vive lavorando come manutentore di alcuni condomini a Boston, torna a Manchester-by-the-Sea, sua città natale, a causa di un malore del fratello malato di cuore che muore prima del suo arrivo. Poche ore dopo Lee scopre di essere stato designato come tutore legale del nipote Patrick. Da qui veniamo accompagnati a scoprire il passato che tormenta questa famiglia. Sappiamo che c’è una ” brutta storia” che li riguarda, ci sono due famiglie andate in frantumi e non sappiamo perché, ci sono personaggi del passato spariti dalla vita dei protagonisti: un mosaico che viene ricostruito tassello per tassello, girando attorno al perso centrale costituito dal rapporto zio/nipote, come se i due fossero davvero obbligati dalla vita a imparare insieme a ”leggere una mappa”.

Anche il percorso di questo film ha seguito una mappa tortuosa. Il soggetto originale è nato nel 2011 e da un’idea dell’attore John Krasinski e Matt Damon, produttore del film. Originariamente quest’ultimo doveva essere regista e protagonista. I due ne parlarono a Kenneth Lonergan, ma tra varie e sfortunate vicissitudini lo script vide la luce solo nel 2014. In quegli anni Lonergan era più conosciuto come sceneggiatore (Terapia e pallottole e Gangs of New York) che come regista, e stava combattendo una battaglia legale per il suo secondo lungometraggio dietro la camera da presa, Margaret, girato nel 2005 e uscito solo nel 2011. Il progetto di Manchester by the Sea gli era stato proposto proprio per uscire dalla crisi professionale e, in effetti, è valsa la pena dell’attesa. Lonergan (che per soddisfare la vostra curiosità è il passante che per strada critica lo stile educativo di Lee) si è appena portato a casa il meritato Oscar per la miglior sceneggiatura originale, e Kasey Affleck quello di Miglior Attore Protagonista (che potrà sfoggiare in una bella vetrinetta insieme al Golden Globe e al BAFTA), oltre a un altro centinaio di premi in giro per il mondo, di cui molti al ventenne Lucas Hedges che interpreta Patrick.

Uno dei successi dell’anno da vedere assolutamente, consigliato soprattutto alle donne più attente.

I protagonisti insieme a Kenneth Lonergan

Jackie

Lo dice la stessa Jackie: non importa che gli artisti chiamati alla Casa Bianca siano americani, l’importante è avere il meglio. E non poteva esserci momento più attuale perché un cileno entrasse nella storia americana per raccontarla. È proprio lo sguardo esterno di Pablo Larrain, che gira il suo primo film negli Stati Uniti nell’ombelico delle stelle e delle strisce, che libera questo spaccato biografico di Jackie Kennedy da ogni forzatura patriottica e da tutte le mitizzazioni. Non solo. La maniacale riproduzione dei dettagli e dei filmati d’epoca lascia ben poco spazio anche alle critiche sulla ricostruzione storica dei fatti, come se da quelle il regista si volesse difendere a prescindere, in modo da essere certo di mettere in primo piano un punto di vista più intimo. In un certo senso lo spettatore viene liberato dal fardello di improvvisarsi esperto biografo e viene inconsapevolmente condotto a rivolgere l’attenzione altrove, attraverso una fotografia magistrale che traccia senza prepotenze un vero e proprio binario obbligato da seguire.

Ma Pablo Larrain non si limita a raccogliere l’invito di Jackie Kennedy ad entrare nella Casa Bianca, corre altri rischi enormi che diventano la forza di questo film: la sovrapposizione continua dei piani temporali, tutti dominati dal personaggio di Jackie (Natalie Portman), e la volontà di disegnare un ritratto intimo della first lady più iconica della storia.

Andiamo in ordine. A una settimana dagli eventi di Dallas, Jackie Kennedy, già ‘sfrattata’ dalla Casa Bianca, riceve la visita di un giornalista (Billy Crudup), riferimento a un’intervista realmente rilasciata alla rivista LIFE. Da questo incontro scaturisce il suo racconto personale del 22 novembre 1963 e dei giorni successivi, passando per le scene del documentario ”A Tour of the White House” andato in onda nel 1962, procedendo per flashback che non seguono un ordine cronologico. La logica della narrazione è però sapiente e per niente disturbante, non c’è l’intento di confondere o celare colpi di scena, semplicemente quello di seguire l’ordine dei ricordi, come avviene nella mente, ma con il beneficio non indifferente di una regia.

Tutto si gioca tra storia e vissuto personale ma senza mai scivolare nei dettagli sentimentali o nel gossip, con l’intento di scattare l’istantanea di un momento ben preciso. Non manca la riflessione sulla storia e sul ruolo dell’arte e della bellezza: da una parte la storia fatta dagli uomini (e dalle donne), che ci vengono rivelate reali e fragili dietro la maschera dei loro ruoli, dall’altra la funzione degli oggetti e della bellezza: Gli oggetti e le opere d’arte durano più delle persone.

 

Peter Sarsgaard nel ruolo di Bobby Kennedy

Il secondo rischio era quello di un film Portman-centrico, e qui qualsiasi applauso all’interpretazione dell’attrice alla sua meritatissima terza candidatura all’Oscar suonerebbe banale. L’incursione costante sul volto di Natalie-Jackie non è mai soffocante e la sua capacità di disciogliersi nel personaggio è straordinaria. Nella versione italiana possiamo godere ‘solo’ dell’espressività, della mimica e della gestualità, mentre nell’originale è sorprendente come la Portman riesca a imitare anche il tono della voce della first lady. Il risultato è un ritratto tutto femminile per niente scontato (in tutti i sensi), in cui l’introspezione nei momenti più bui viene sempre accompagnata dallo stesso tema musicale distorto, come a segnalare il ripiegamento di Jackie su se stessa negli attimi di profondo cedimento.

 

John Hurt in una delle sue ultime apparizioni nel ruolo del sacerdote.

La scelta di Larrain e dello sceneggiatore Noah Oppenheim è quella di evitare ogni patetismo e di intrecciare insieme le sfaccettature di una donna che in alcuni momenti quasi balbetta ma che poi sa ottenere tutto ciò che vuole. La incontriamo un po’ come la incontra il giornalista, aspettandoci morbosamente i tragici dettagli dello sparo, per poi invece sentirceli raccontare come indelebile ferita umana di una donna che non riesce a raccogliere i pezzi del cervello del marito ma, forse anche grazie alla sua vanità, sa tenere insieme tutta la sua dignità con cui marchia indelebilmente la storia. Lei ha fatto per questo paese negli ultimi giorni qualcosa che lascerà il segno. È questa la storia. L’intera nazione ha seguito il funerale dall’inizio alla fine. Anche tra molti anni il paese avrà memoria della sua dignità, della sua maestà, lei sarà ricordata da tutti.

 

 

Sabbie Nere-Black Sands

Cristina Moglia in Sabbie Nere contro l'alienazione genitorialeOggi qui sulla Banchina del Ghiaccio vogliamo fare un’incursione nel mondo dei corti indipendenti, presentandovi Sabbie Nere-Black Sands. Il cortometraggio girato in Sardegna, autoprodotto da Mariangela Campus con la regia di Isidoro Ventura P, vede come protagonisti volti noti degli schermi e dei palcoscenici italiani, quelli di Cristina Moglia e Marius Bizau. Sabbie Nere-Black Sands affronta un tema sociale tanto radicalmente diffuso quanto sottaciuto, quello dell’Alienazione Genitoriale che, al di là delle definizioni psicologiche, è il fenomeno che coinvolge i figli in separazioni molto conflittuali in cui uno dei due genitori mette in atto una vera e propria esclusione dell’altro dalla vita dei figli. Non solo quindi il cortometraggio si fa portavoce di una vasta problematica sociale, ma lo fa anche coraggiosamente mostrandocela dalla prospettiva più inaspettata ma purtroppo in espansione, quella in cui è la madre a subire il processo di alienazione, ispirandosi tra l’altro a una vicenda autobiografica. La personale consapevolezza di questo dramma emerge palpabilmente nel modo in cui viene rappresentata la solitudine del genitore alienato e la personalità del genitore alienante, aspetti cardine del cortometraggio e per nulla ritoccati ad arte. Sabbie Nere-Black Sands è stato già premiato al Festival Internazionale del Cinema di Salerno con il premio a Cristina Moglia come migliore attrice protagonista e quello a Mariangela Campus per la migliore produzione, ed è appena approdato negli Stati Uniti dove è in finale al The Women’s Film Festival di Philadelphia.

Cortometraggi indipendenti produzione cortometraggi women's film festival philadelphia

Abbiamo fatto qualche domanda alla produttrice Mariangela Campus.

Quando e come sarà possibile vedere il cortometraggio in Italia?

Ancora non sappiamo quando sarà possibile vedere il corto nelle sale cinematografiche, è prevista la sua partecipazione ad altri festival internazionali e la sua proiezione nelle scuole all’interno di un progetto di sensibilizzazione sull’ alienazione che abbiamo già sperimentato in un Liceo psicopedagogico di Salerno durante il Festival, con grande successo. Ho ricevuto richieste da parte di istituti superiori e Università per poterlo utilizzare durante seminari di studio e da qui è nato il progetto scuola con l’associazione F.L.A.Ge e con il patrocinio del Ministero dell’Istruzione.

Quali sono state le maggiori difficoltà e quanto tempo è passato tra l’idea e l’effettiva realizzazione del cortometraggio?

Le difficoltà maggiori sono state produrre un corto di qualità elevata facendolo rientrare nel budget a mia disposizione, trovare i macchinari giusti e le persone giuste. In questo mi è stato di fondamentale aiuto il regista Isidoro Ventura P .

All’inizio il soggetto era partito per essere un libro, che c’è ancora, ma non lo trovavo d’impatto e ho pensato che le immagini sarebbero state più dirette.

Ho proposto la mia storia a Cristina Moglia che ho sempre apprezzato come attrice, lei è rimasta entusiasta e mi ha presentato il regista. Abbiamo avuto un anno di comunicazioni telefoniche e di incontri tra Quartu e Roma per organizzare tutto e trovare il resto del cast e le location, è stato un bel lavoro di squadra perché tutti hanno capito la sofferenza di questa madre vittima di alienazione.

 

Da quali altri festival possiamo aspettarci sorprese?

Penso e spero da altri festival oltremare e qui una piccola anticipazione…anche nel Sol Levante.

In bocca al lupo a Sabbie Nere – Black Sands e all’attività di F.L.A.Ge

Alienazione genitoriale Italia Parental Alienation Italy

Ph: Karen Natasja Wikstrand

Split

recensioni split spoiler split shyamalanSono stato trascinato al cinema a vedere Split, il nuovo attesissimo film di Shyamalan non sapendo cosa aspettarmi considerati i trascorsi ambivalenti del regista, amato e venerato oppure apertamente sbeffeggiato (ricordiamo che ha perfino vinto un Razzie Award per la peggiore regia nel 2010).

La storia comincia immediatamente senza troppi preamboli con il rapimento di tre ragazze adolescenti: Marcia, Claire e l’ignara Casey che si trova con le altre per pura coincidenza. Quando si risvegliano, si trovano in un angusto scantinato dove colui che le ha rapite, appare ogni volta, con vestiti ed atteggiamenti diversi e ben presto capiscono che hanno a che fare con le diverse personalità di uno stesso individuo (James McAvoy).

Le atmosfere cupe della cantina-prigione, sono contrapposte alle immagini più luminose e rilassanti delle sedute dalla psicologa che segue il caso, la dottoressa Fletcher (omaggio a Woody Allen o puro caso?). Scopriamo così, che il cattivo soffre di quello che in psicologia è definito disturbo di personalità multiplo ed ha la bellezza di 23 personalità ognuna con le sue caratteristiche ben definite e separate dalle altre.

Split film

Nel frattempo, nel sottoscala, le tre ragazze apprendono che devono essere immolate alla Bestia, la ventiquattresima personalità che ancora non fa parte del gruppo di personaggi che affollano la testa del protagonista, ma sta profeticamente arrivando, e in parallelo,  ci viene descritta la storia personale di Casey fatta di abusi familiari, facendo intuire che sia proprio lei la chiave di svolta per la salvezza delle ragazze.

spoiler split finale split

La tela viene tessuta ad arte in quello che sembra un thriller psicologico ben costruito e con una bella tensione, (la scena in cui si scopre che una personalità fa finta di essere un’altra personalità è geniale). Poi finisce il primo tempo e inizia il disastro, sembra che Shyamalan indugi troppo tempo al bar e torni alla regia un po’ sbronzo e con la voglia di finire il film in fretta.

Con la seconda parte, ci viene finalmente rivelato che tutte le personalità fanno capo a Kevin Wendell Crumb, estraniato dai suoi stessi “omini” ormai da così tanto tempo che la sua coscienza non esiste praticamente più ed inizia un susseguirsi di trovate da B-movie con scene splatter e incongruenze che i cercatori di magagne dei film potranno divertirsi a trovare (ce ne sono per tutti i gusti). La sceneggiatura diventa traballante, frettolosa e forzata, dimenticando logica e cellulari pur di arrivare alla fine, come se Shyamalan si fosse prefissato di arrivare alla conclusione prima di andare al bagno dopo le birre dell’intervallo.

recensione split

Anche il finale, descritto come un clamoroso colpo di scena, è secondo me, debole: Kevin 23+1 si ritira dalla scena con una frase da manuale delle giovani marmotte causata dalla rivelazione di un dettaglio aggiunto da una mano misteriosa o da un taglio troppo generoso del montatore.

Per concludere, Shyamalan inizia una storia che si preannuncia avvincente e con un pathos da thriller perfetto e getta la fondamenta per la costruzione di qualcosa di grandioso e poi se ne esce con un bungalow da campeggio, anche se confortevole e ben arredato.

Zelig

Zelig film locandinaUscito nel 1983, Zelig è diretto da Woody Allen che mette insieme un gioiellino in cui dichiara apertamente tutto il suo amore per gli anni della grande depressione, un documentario fittizio che parla di un personaggio fittizio, ma in un passato reale.

La pellicola è piena di trovate ironiche, fresche e divertenti. Leonard Zelig, interpretato dallo stesso Allen, ha una strana malattia compulsiva: diventa simile a chi gli sta accanto, non soltanto ne prende le sembianze, ma riesce anche ad emularne la lingua, le abitudini e perfino a fingere le stesse competenze dei suoi interlocutori. Allen diventa così un suonatore di batteria di colore in un locale per soli afroamericani, gli si sviluppano tratti somatici orientali vicino ad alcuni lavoratori cinesi e la barba gli cresce a vista d’occhio accanto a due rabbini (solo per citare alcune delle tante trovate geniali).

Woody Allen in Zelig

Nominato l’uomo camaleonte dai giornali, è sfruttato dal cognato senza scrupoli che lo fa diventare un fenomeno da baraccone fino a quando la dottoressa Fletcher (Mia Farrow) prende a cuore il suo caso e, unica donna tra i luminari della psicologia, riesce a portarselo a casa per studiare il caso da vicino. Dopo mesi di interviste giornaliere, Leo-Allen ammette finalmente sotto ipnosi che la sua mimetizzazione avviene perché “è più sicuro essere come gli altri” e “desidera solo piacere alla gente.”

“It’s safe to be like the others” “I wanna be liked”

Con l’aiuto della Farrow, la sua condizione migliora e la redenzione dalla personalità “donabbondiana” lo fa pian piano diventare sicuro e fiero di essere se stesso. Tutto fila liscio fino al momento in cui alcune donne lo accusano di avere avuto rapporti sessuali con loro, rivendicano la paternità dei loro figli e, ovviamente, chiedono soldi allo smemorato. Spuntano, così, certificati di matrimonio e denunce di ogni tipo, perfino di aver dipinto una staccionata di un colore orribile mentre era sotto l’effetto della sua camaleontica personalità.

Woody Allen e Mia Farrow in Zelig

L’America puritana insorge: tutto, ma non la bigamia! Ed una pacata signora membra dell’Associazione Cristiana afferma senza remore che Zelig dovrebbe addirittura essere linciato. “America’s a moral country, is a God fearing country.” Dice l’arzilla vecchietta, che non può non farmi ricordare di una recente campagna presidenziale.

Leonard vacilla e ammette di non ricordare. Ogni volta che si “camaleontizza” perde la coscienza di sé e non riesce a rammentarsi di niente. L’enorme pressione lo fa fuggire assecondando le sue qualità mimetiche. Viene avvistato in diverse parti del mondo, tra cui in Messico al seguito di un gruppo di cantanti mariachi, ma viene riconosciuto e ritrovato in Germania al momento dell’ascesa del nazionalsocialismo in veste di un militante tedesco, prima dell’atteso lieto fine.

Zelig film recensione

Zeilg è una commedia ben fatta, piena di cameo improbabili (solo per citarne alcuni: Al Capone, Charlie Chaplin, Joe DiMaggio, Charles Linbergh e perfino Hitler e il Papa) presi da filmati di repertorio e montati sorprendentemente ad arte se pensiamo alla tecnologia analogica degli anni 80, e con un Allen in grandissima forma che adotta una mimica alla Ridolini in perfetta sintonia con i filmati d’epoca.

Una film sulla pericolosità di dover piacere a tutti i costi e sull’essere sé stesso che vuole raffigurare il conformista perfetto abituato a compiacere gli altri a tal punto da diventarne identico, una caratteristica portata all’estremo dal regista, ma evidente peculiarità della nostra società occidentale-consumistica. Per la sua originalità, non ha solo dato il nome al noto programma televisivo, ma anche a una patologia psichiatrica sulla personalità trasformista chiamata Sindrome di Zelig.

Recensione di Zelig film di woody allen con woody allen e mia farrow

“Fu amato, poi odiato.” Dice uno degli intervistati nel film. “E poi fece ritorno in aereo capovolto e tutti lo amarono di nuovo. Questi erano gli anni venti, ma è poi cambiata così tanto l’America da quei tempi?”

Era il 1983, ma poteva essere benissimo il 2017.

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